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14 July 2026

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[Palestina] Pulizia etnica a Gerusalemme Est, come Israele svuota Silwan famiglia dopo famiglia

Nel quartiere di Al-Bustan, nel cuore di Silwan a Gerusalemme Est occupata, 1.500 palestinesi stanno assistendo alla demolizione sistematica delle proprie case. Omar Abu Rajab, 60 anni, ha ricevuto l’ordine di abbattimento mentre era ancora in lutto per la morte della madre. Di fronte alla scelta tra pagare decine di migliaia di shekel di sanzioni o smantellare l’abitazione con le proprie mani, ha scelto la seconda opzione. Non è un caso isolato: secondo i dati dell’ONG israeliana Ir Amim, le demolizioni ad Al-Bustan sono aumentate “in modo drammatico” dall’ottobre 2023, con almeno 17 case abbattute solo nei primi mesi del 2026. A rendere ancora più amara questa storia è la voce di Yusra Qwaider, 97 anni, allettata, che dall’interno della casa dove vive con 12 familiari ha detto all’AFP: “Non so cosa fare… voglio restare nella mia casa”. Sarebbe la terza volta che perde un tetto sotto cui vivere. Per i residenti, il permesso di costruire è una chimera: le autorità israeliane rendono quasi impossibile ottenerlo per i palestinesi di Gerusalemme Est, il che consente al Comune di etichettare come “abusivo” l’intero quartiere.

Un parco biblico al posto delle case

Dietro le demolizioni non c’è solo la burocrazia degli abusi edilizi: c’è un progetto politico preciso. Fin dai primi anni 2000, il Comune di Gerusalemme ha pianificato di radere al suolo Al-Bustan per costruire un parco tematico a tema biblico dedicato al re Davide, noto come “Giardini del Re”. Il piano rientra in un disegno più ampio per rafforzare il controllo israeliano sul Bacino della Città Vecchia attraverso l’espansione di attrazioni turistiche e parchi nazionali, anche su terre di proprietà ecclesiastica come il Monte degli Ulivi. Aviv Tatarsky, ricercatore di Ir Amim, è esplicito: “Le autorità israeliane vogliono trasformare Silwan in un insediamento israeliano. Il pretesto è l’assenza di permessi, ma i permessi sono impossibili da ottenere. Ufficialmente il piano viene dal Comune, ma arriva direttamente dal governo”. Anche l’Ufficio ONU per i Diritti Umani nei Territori Occupati ha chiesto a Israele di fermare le demolizioni, sottolineando che l’intera area di Al-Bustan è destinata allo sgombero per fare spazio a un nuovo progetto insediativo.

«Diventiamo lo strumento della nostra stessa espulsione»

La violenza più sottile di questa campagna è psicologica: costringere le famiglie a distruggere con le proprie mani ciò che hanno costruito. Fakhri Abu Diab, attivista locale la cui casa è stata demolita dal Comune nel febbraio 2024, si oppone con forza all’autodemolizione: “È una sorta di guerra psicologica contro le famiglie. Diventiamo lo strumento con cui il Comune esegue i suoi piani. Non vogliono che il mondo li veda distruggere le nostre case”. Eppure la paura di sanzioni insostenibili spinge molti a cedere. La delegazione diplomatica europea — composta da rappresentanti di Belgio, UE, Francia, Italia, Irlanda, Spagna, Svezia e altri — ha visitato Al-Bustan nell’ottobre 2024, constatando di persona la condizione delle famiglie. Nonostante la pressione internazionale abbia rallentato per anni le demolizioni, la guerra a Gaza ha svuotato quella protezione: “La comunità internazionale o non se ne preoccupa oppure è concentrata su Gaza”, ha detto Tatarsky. Sulle pareti di un appartamento distrutto, tra le macerie, qualcuno ha scritto: “Restiamo qui. Non andremo via.” Una resistenza silenziosa contro chi usa le leggi urbanistiche come arma di pulizia etnica.

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