Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahiya della Striscia di Gaza, è detenuto da Israele dal 27 dicembre 2024, giorno in cui l’esercito israeliano fece irruzione nella struttura al termine di un’operazione militare durata trenta ore, rendendo inutilizzabile l’ultimo grande presidio sanitario ancora funzionante nel governatorato. L’ultima immagine di lui libero lo ritrae in camice bianco, tra le macerie dell’ospedale, mentre viene condotto verso i mezzi militari israeliani, un’immagine che ha fatto il giro del mondo e ha reso il suo caso un simbolo della distruzione del sistema sanitario di Gaza. Da allora Abu Safiya è trattenuto senza accusa formale né processo, sulla base della legge israeliana sui “combattenti illegali”, una normativa che gli esperti delle Nazioni Unite definiscono lesiva del diritto internazionale umanitario perché consente detenzioni a tempo indeterminato senza le garanzie di un giusto processo. Il 28 aprile 2026 un tribunale distrettuale ha prorogato la sua detenzione di altri sei mesi, decisione confermata poi dalla Corte Suprema israeliana il 10 giugno sulla base di documenti classificati, inaccessibili tanto a lui quanto ai suoi legali. Nel corso di questi diciotto mesi il medico ha perso circa 40 chilogrammi; ex detenuti hanno riferito ai media pestaggi sistematici, aggressioni con cani ed episodi di sette giorni consecutivi trascorsi incatenato mani e piedi, con privazione del sonno come pratica ricorrente.
Firma l’appello urgente per la liberazione del medico palestinese
Le ultime settimane, isolamento e violenza
Il 24 giugno 2026 Abu Safiya è stato trasferito nella sezione sotterranea “Rakefet” del carcere di Nitzan, una struttura di interrogatorio nota per denunce di violenze sui detenuti, in quello che le organizzazioni per i diritti umani descrivono come un isolamento punitivo seguito al rigetto del suo ricorso in Corte Suprema. Secondo la testimonianza raccolta dal suo avvocato Nasser Odeh e diffusa da Physicians for Human Rights Israel (PHRI), durante la visita del 2 luglio il medico è stato condotto in condizioni di ammanettamento a mani e piedi, scortato da guardie a volto coperto, e presentava ecchimosi recenti alla testa, agli occhi, alle orecchie e al collo, tanto gravi che il legale ha faticato a riconoscerlo. Durante l’incontro Abu Safiya ha mostrato difficoltà respiratorie e di linguaggio, estrema debolezza fisica e più volte è stato sul punto di perdere conoscenza, ha raccontato all’avvocato di essere stato aggredito con martelli e manganelli dopo l’udienza del 10 giugno e di subire percosse quotidiane senza cure mediche dal trasferimento a Rakefet. Le sue parole, riportate da PHRI e riprese da Al Jazeera, sono state dirette: “Questa è l’ultima volta che mi vedrete. Mi hanno portato qui per uccidermi. Non mi vedo sopravvivere. Questa è la fine“. Il figlio Elyas Abu Safia ha diffuso un messaggio video in cui descrive il volto del padre “sfigurato dai segni della tortura”, denunciando che “non riusciva a respirare, non riusciva a parlare”. Il servizio carcerario israeliano ha definito le accuse “false e completamente infondate”, sostenendo che tutti i detenuti ricevono cure mediche secondo il giudizio professionale e le linee guida del Ministero della Salute, senza tuttavia commentare nel merito il caso specifico per motivi di “privacy e sicurezza”.

La mobilitazione internazionale
Il 4 luglio 2026 PHRI ha reso pubblico un allarme definendo “immediato” il rischio per la vita del medico, mentre Naji Abbas, direttore del dipartimento detenuti dell’organizzazione, ha dichiarato all’agenzia palestinese Wafa che la testimonianza dell’avvocato è “tra le più scioccanti mai raccolte dall’inizio della guerra”. Gli esperti delle Nazioni Unite, già a marzo 2026, avevano denunciato che Abu Safiya era stato sottoposto a “tortura severa” e che le condizioni della sua detenzione risultavano “manifestamente incompatibili con le Regole di Mandela”, lo standard internazionale che obbliga gli Stati a garantire l’accesso alle cure sanitarie ai detenuti. La relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha più volte chiesto pubblicamente il suo rilascio, arrivando a proporlo insieme ad altri medici di Gaza per il Nobel per la Pace 2026, candidatura sostenuta da quasi 300 parlamentari, ministri e accademici di 33 paesi. Anche a Westminster il caso ha suscitato reazioni bipartisan: il deputato John McDonnell lo ha definito “un eroe” chiedendo al premier Keir Starmer di intervenire, mentre il collega Richard Burgon ha sollecitato un’azione immediata del governo britannico. In Italia, l’Ordine dei Medici ha espresso “ferma condanna” per la detenzione, definita “arbitraria e assolutamente illegale” dal presidente Pierluigi De Paolis, e Amnesty International Italia ha lanciato un appello pubblico per la sua liberazione. Il caso resta ora appeso a un’udienza imminente mentre le organizzazioni per i diritti umani chiedono l’accesso indipendente a cure mediche urgenti per un uomo che, secondo i suoi stessi legali, rischia di morire in cella senza mai essere stato formalmente accusato di alcun reato.

