Per i palestinesi l’istruzione non è mai stata solo un diritto, è stata una forma di resistenza e di dignità. In un contesto di occupazione e apartheid le scuole hanno rappresentato per intere generazioni uno spazio di libertà, di espressione pubblica e di speranza. Non a caso un rapporto del 2018 dell’Ufficio centrale palestinese di statistica definiva i palestinesi i “rifugiati più istruiti del mondo”. Nonostante sfollamenti, risorse limitate e mobilità ridotta, le famiglie hanno sempre investito nell’educazione, vedendola come un percorso stabile verso l’opportunità e la mobilità sociale.
Eppure questa realtà è oggi sotto attacco su più fronti. A Gaza, dopo il 7 ottobre 2023, l’87% delle scuole è stato completamente distrutto o danneggiato, privando dell’istruzione oltre 600.000 studenti. Le lezioni online, dove possibili, non rappresentano una soluzione efficace per famiglie a basso reddito con un solo dispositivo disponibile e frequenti interruzioni di corrente. In Cisgiordania,i circa 229 checkpoint intorno a Hebron ritardano quotidianamente studenti e insegnanti, riducendo i tempi di lezione e aumentando lo stress. Le scuole pubbliche funzionano solo tre giorni a settimana, a causa del taglio del 40% agli stipendi degli insegnanti imposto dall’Autorità Palestinese, costretta a ridurre i budget dopo il blocco dei fondi israeliani. Alcuni studenti hanno dovuto abbandonare gli studi per lavorare.
A tutto ciò si aggiunge una pressione identitaria e culturale sistematica. Le autorità israeliane hanno modificato i libri scolastici palestinesi a Gerusalemme Est, eliminando i riferimenti alla Palestina e riscrivendo i contenuti in linea con la narrativa israeliana. Persino i testi UNRWA distribuiti in Libano hanno subito la rimozione delle mappe della Palestina. Il rischio concreto è quello di una generazione che cresce senza strumenti adeguati e senza la propria storia, con competenze e identità sempre più erose da anni di interruzioni, tagli e censure sistematiche.

