Nel messaggio di fine anno del 31 dicembre 1983, il presidente Sandro Pertini pronunciò parole che oggi suonano come un anatema. Con la fermezza che lo contraddistingueva, l’ex partigiano socialista affrontò la questione israelo-palestinese con una chiarezza cristallina: “Una volta furono gli Ebrei a conoscere la ‘diaspora’. Vennero dispersi, cacciati dal Medio Oriente e dispersi per il mondo; adesso sono invece i Palestinesi. Ebbene io affermo ancora una volta che i Palestinesi hanno diritto sacrosanto a una patria ed a una terra come l’hanno avuta gli Israeliti”.
Ma le parole di Pertini andarono ben oltre il riconoscimento dei diritti palestinesi. Riferendosi al massacro di Sabra e Chatila, il presidente della Repubblica non ebbe timore di attaccare direttamente il responsabile politico: “Il responsabile di quel massacro orrendo è ancora al governo in Israele e quasi va baldanzoso di questo massacro fatto. È un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando della società”. Era Ariel Sharon, allora ministro della Difesa, che Pertini indicava senza giri di parole come meritevole di essere ostracizzato dalla comunità internazionale.
Il presidente socialista fu ancora più radicale nel discorso del 1981, quando affermò: “Israele ha occupato e occupa territori altrui. Ora io questo vorrei dire al popolo di Israele: siamo sempre stati al suo fianco, al fianco degli ebrei quando erano perseguitati. Ma gli ebrei non sono stati perseguitati prima di avere uno Stato nell’Oriente dagli arabi, sono stati perseguitati in Europa da europei. E finalmente dopo la prima guerra mondiale ebbero un territorio e una patria, e quindi anche un territorio, una patria a mio avviso devono avere i palestinesi, altrimenti non vi sarà mai pace in quel Medio Oriente”.
Pertini arrivò persino a teorizzare la possibilità di espellere Israele dall’ONU per inadempienza, sostenendo che lo Stato ebraico fosse stato ammesso “sub condicione” senza rispettare alcuna delle risoluzioni 181 e 194, violando sistematicamente il diritto internazionale.
Il contrasto con l’attuale presidente Sergio Mattarella non potrebbe essere più stridente. Dal 7 ottobre 2023, il capo dello Stato si è distinto per una serie di dichiarazioni di incondizionato sostegno a Israele che avrebbero fatto inorridire il suo predecessore. Nell’immediato anniversario degli attacchi di Hamas, Mattarella ha ribadito: “L’Italia sostiene convintamente il diritto di Israele alla propria esistenza in pace e sicurezza e alla difesa dagli attacchi, nel rispetto del diritto internazionale”, una formula che suona come un endorsement alle operazioni militari israeliane.
Nel maggio 2024, in occasione dello Yom haAtzmaut, Mattarella ha inviato al presidente israeliano Isaac Herzog un messaggio in cui ha rinnovato “la ferma condanna per l’atroce attacco terroristico del 7 ottobre 2023” e ha espresso “i più fervidi rallegramenti del popolo italiano” per l’indipendenza di Israele, sottolineando come “i nostri Paesi sono uniti da un legame profondo, fondato su valori comuni“.
Quando Mattarella ha timidamente criticato “l’ostinazione a uccidere indiscriminatamente su Gaza”, Herzog non ha esitato a rispondergli pubblicamente con una lezione di moral suasion: “Nutro grande rispetto per il presidente della Repubblica Italiana, il mio amico Sergio Mattarella. Proprio per questo, sono rimasto rattristato da alcuni aspetti delle sue recenti dichiarazioni”. Il presidente israeliano ha poi precisato che “Israele non ha alcuna ‘intenzione di uccidere indiscriminatamente'” e che “gli errori accadono in guerra”.
Emblematico è stato anche l’episodio della Global Sumud Flotilla: quando gli attivisti pacifisti hanno tentato di portare aiuti umanitari a Gaza, Mattarella li ha esortati a “non mettere a rischio la vostra incolumità” e ad “accogliere la disponibilità del patriarcato latino di Gerusalemme”, di fatto scoraggiando qualunque iniziativa che potesse mettere in imbarazzo Israele.
L’abisso tra i due presidenti è anche stilistico: dove Pertini parlava di “sacrosanto diritto dei palestinesi” e di “responsabili cui dovrebbe essere dato il bando della società“, Mattarella utilizza un linguaggio diplomatico che evita qualunque critica diretta a Israele, limitandosi a generici richiami al “diritto internazionale” e alla “soluzione a due Stati”.
Nessuno, all’epoca, si permise di dare dell’antisemita al partigiano Pertini, che aveva lasciato la professione di avvocato per andare in esilio in Francia e poi aveva rischiato la vita combattendo i nazisti. Oggi, il semplice richiamo alle parole del presidente socialista suonerebbe come un atto di sovversione nell’Italia di Mattarella, dove perfino le critiche più moderate al governo Netanyahu vengono censurate o stigmatizzate come manifestazioni di antisemitismo.

