Nella notte tra l’11 e il 12 novembre 2025, un gruppo di terroristi israeliani, tra i coloni, ha compiuto un atto di violenza inaudita ai danni della moschea Hajjah Hamidah nel villaggio palestinese di Deir Istiya, nella Cisgiordania centrale occupata. L’attacco, intenzionalmente orientato a colpire un simbolo religioso, ha visto questi terroristi sfondare una delle finestre della moschea e versare all’interno materiale infiammabile, che ha provocato un incendio devastante, appena prima dell’alba e poco prima della preghiera mattutina.
Le testimonianze dirette raccolte sul posto raccontano di un’azione deliberatamente provocatoria, mirata a insultare e terrorizzare la comunità musulmana locale. Abdul Rahim Zidan, sindaco di Deir Istiya, ha dichiarato che molte case e vetture del villaggio non sono state toccate, in quanto “l’attacco era rivolto a un simbolo religioso per provocare i musulmani con frasi offensive contro il Profeta Muhammad e i musulmani”. Ha aggiunto con amarezza che “i coloni hanno precedentemente penetrato in questa zona sotto la protezione dell’esercito israeliano”, sottolineando il legame tra questa violenza e l’apparato militare che pare garantirne l’impunità.
Un attivista anti-insediamento, Nazmi Salman, ha raccontato i dettagli tecnici dell’incendio: “Il gruppo di terroristi ha sfondato una finestra della moschea e versato del materiale infiammabile, scatenando un incendio che ha danneggiato diverse parti della moschea, tra cui parecchi tappeti”. Fortunatamente i residenti dell’area e i vigili del fuoco locali sono intervenuti evitando che l’incendio si estendesse oltre la zona colpita.
Il reportage fotografico e i rilievi sul campo riportati da un inviato dell’Associated Press il giorno successivo hanno documentato i danni: pareti annerite dal fumo, finestre rotte, almeno tre copie del Corano carbonizzate, porzioni di moquette distrutte. Il danno materiale è solo la punta di un iceberg emotivo ben più profondo, che testimonia la ferita inferta a una comunità e al suo patrimonio spirituale.
Uno degli elementi più emblematici dell’attacco risiede nei messaggi minacciosi e sfidanti scritti sulle pareti esterne e interne della moschea, in lingua ebraica. Queste scritte rivelano una consapevolezza politica e una provocazione mirata, rispondendo direttamente alle critiche ufficiali che erano state espresse da alcuni leader militari israeliani appena 24 ore prima.
Tra le scritte più chiare si leggono: “Non abbiamo paura di Avi Bluth” riferito al comandante capo dell’IDF nel comando centrale israeliano; “Ci vendicheremo di nuovo”; “Continuate a condannare”. Accanto a questi messaggi di sfida politica si leggono anche esplicite offese religiose come “Maometo è un maiale”, insulti diretti al profeta dell’Islam, e altre scrite con contenuti anti-arabi e anti-musulmani.
Maj. Gen. Avi Bluth aveva infatti, il giorno precedente, condannato pubblicamente la violenza perpetrata dai coloni sottolineando che “questi atti contraddicono i nostri valori, oltrepassano una linea rossa e distolgono l’attenzione delle nostre truppe dalla loro missione”. La risposta con scritte dei terroristi israeliani testimonia che tali critiche sono percepite come deboli e inefficaci, scatenando ulteriori atti di violenza che rappresentano una sfida esplicita alle istituzioni.
L’incendio alla moschea si inserisce nel contesto di una più ampia escalation di violenza da parte di terroristi israeliani nella stagione della raccolta delle olive. Novembre è tradizionalmente un periodo di crescenti tensioni in Cisgiordania, con un incremento drammatico degli attacchi contro i palestinesi. Fonti come il Mediterranean Observatory for Human Rights documentano che, in appena 39 giorni tra ottobre e novembre 2025, sono stati registrati ben 324 episodi di violenza da parte dei terroristi israeliani contro civili palestinesi, con una media di otto attacchi al giorno. Solo nelle settimane della raccolta delle olive si contano 163 attacchi, con oltre 143 feriti palestinesi e migliaia di ulivi distrutti, in 77 villaggi colpiti da assalti che hanno lasciato profonde cicatrici nel tessuto sociale e ambientale.
Prima del rogo della moschea Hajjah Hamidah, altri episodi violenti si erano verificati: il 9 novembre, gruppi di terroristi israeliani armati e mascherati attaccarono i villaggi palestinesi di Beit Lid e Deir Sharaf, incendiando automobili e proprietà, e ferendo quattro abitanti. L’11 novembre, medesimo giorno dell’ultimo reiterato messaggio di sfida a Maj. Gen. Bluth, un’aggressione analoga colpì il villaggio di Sinjel, dove il sindaco denunciò “una notte difficile sotto raffiche di proiettili” sparati dai terroristi israeliani nel tentativo di penetrare il villaggio, con almeno un giovane colpito a un piede.
La moschea Hajjah Hamidah non è nuova a tali attacchi reiterati. Documenti ufficiali e database internazionali registrano episodi simili avvenuti nel 2012 e nel 2014, e anche in altri siti religiosi di Deir Istiya, come la moschea dell’Imam Ali ibn Abi Talib. Le aggressioni non costituiscono eventi isolati, ma fanno parte di una campagna sistematica di vandalismo e profanazione contro siti religiosi e comunità palestinesi.
La Palestinian Liberation Organization’s Commission Against the Wall and Settlements ha descritto l’incendio come “un’escalation pericolosa e la continuazione di una campagna sistematica di attacchi contro il popolo palestinese e i siti sacri islamici e cristiani”, sottolineando che tali azioni sono “favoriti direttamente dal governo israeliano nell’ambito di una politica di pulizia etnica e espulsioni forzate”.
Il governo tedesco ha condannato formalmente l’attacco, esprimendo profonda preoccupazione per la recente ondata di violenza da parte di terroristi israeliani estremisti, e ha chiesto un’indagine completa e che i responsabili siano ritenuti responsabili. La Giordania ha espresso una “forte condanna”, qualificando l’episodio come “terrorismo” e ritenendo il governo israeliano direttamente responsabile.
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, tuttavia, è rimasto in silenzio, mentre l’esercito israeliano ha inviato soldati sul posto per indagare, limitandosi a una dichiarazione formale in cui condanna “qualsiasi forma di violenza” e afferma che proseguirà nelle operazioni per mantenere sicurezza e ordine. Nessun sospetto è stato identificato finora.

