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14 July 2026

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[Palestina] Uccidere un bambino per Israele è diventato un affare di routine

Nella Cisgiordania occupata uccidere un minore palestinese è diventato, secondo l’ONG israeliana B’Tselem, “un affare di routine”. Il rapporto di B’Tselem documenta 54 casi di bambini e adolescenti uccisi dall’esercito israeliano dal gennaio 2025 e ricostruisce una prassi ricorrente, quella di colpire al torace, alla schiena o alla testa, non alle gambe, poi lasciare la vittima a terra senza soccorso, impedendo a testimoni, familiari o ambulanze di intervenire.

Dal 7 ottobre 2023 questo schema si è ripetuto almeno 240 volte, secondo l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, sempre con esito mortale per le vittime, minori e adulti. Il numero di bambini uccisi ogni anno è passato da una media di 13 tra il 2005 e il 2021, a 87 dal 2023, un salto che B’Tselem non separa dal contesto più ampio dell’offensiva militare israeliana su Gaza, definita nel rapporto un “assalto genocida” che avrebbe causato la morte di oltre 21.000 minori palestinesi.

Un massacro senza guerra dichiarata

A differenza di Gaza, dell’Iran o del Libano, la Cisgordania non è teatro di un conflitto armato esplicitamente dichiarato, qui i morti sono l’esito quotidiano di quella che B’Tselem definisce senza mezzi termini una “dittatura militare“, cioè l’occupazione israeliana avviata nel 1967 e proseguita da ogni governo successivo. Non c’è nemmeno una nuova Intifada a spiegare l’escalation, il bilancio attuale di 235 minori uccisi dall’esercito israeliano dal 7 ottobre è già paragonabile a quello della Seconda Intifada (251 minori tra il 2000 e il 2005), ma senza che esista oggi una rivolta armata di massa a giustificarlo. Il comandante dell’esercito israeliano in Cisgordania, Avi Bluth, avrebbe dichiarato a Haaretz: “Uccidiamo come non uccidevamo dal 1967“, un riferimento esplicito alla Guerra dei Sei Giorni e alle violenze di massa contro i civili che l’accompagnarono. Su 54 minori uccisi nel 2025, solo due erano armati con un fucile, quattro avevano lanciato ordigni improvvisati e uno aveva attaccato un poliziotto con un coltello, negli altri casi, tredici morti sono seguite al semplice lancio di pietre, sanzionato con la forza letale immediata anche contro chi fuggiva e non rappresentava più alcuna minaccia, in violazione del diritto internazionale. Ventuno minori, infine, sono stati uccisi senza essere coinvolti in alcun confronto. È il caso di Ayman Taysir Al-Haymuni, 12 anni, colpito alla schiena a Hébron mentre correva via da soldati, o del piccolo Sam Abou Haikal, appena 7 mesi, ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre si trovava nell’auto di famiglia.

Impunità e minacce alle famiglie

Il rapporto smentisce apertamente la narrazione israeliana dell’ “esercito più morale del mondo” mostrando come i responsabili di queste morti non vengano quasi mai sanzionati. Secondo l’ONG Yesh Din la probabilità che una denuncia per danni causati a un palestinese da un soldato israeliano porti a un’incriminazione è appena dell’1,5%. Nadav Weiman, direttore di Breaking the Silence, un’altra organizzazione israeliana, sintetizza così la logica dell’esercito: “Ogni palestinese è un terrorista fino a prova contraria“. Le famiglie che tentano di denunciare raccontano di essere sottoposte a intimidazioni dirette da parte dell’esercito o dei servizi segreti. Rajeh Nasrallah, padre di Mohammed, diciassette anni ucciso il 27 gennaio, si chiede amaramente: “Se sporgo denuncia, cambierà qualcosa? No. Ma so cosa succederà: sarò minacciato”. Alia Al-Hallaq, madre di un bambino di dieci anni ucciso a Ar-Rihiya, ha ritirato la propria denuncia dopo le pressioni degli abitanti del villaggio, terrorizzati da possibili ritorsioni collettive, nonostante un video raccolto da B’Tselem mostrasse chiaramente il soldato aprire il fuoco senza alcuna minaccia visibile. Per Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Tselem, il sistema “non si limita a sostenere chi spara: gli concede, di fatto, una licenza di uccidere”.

Corpi trattenuti, lutti negati

A questa violenza si aggiunge una punizione ulteriore per le famiglie, l’esercito israeliano trattiene i corpi di molte delle vittime, prassi autorizzata dalla Corte Suprema come merce di scambio con Hamas. A fine aprile, diciotto dei cinquantaquattro corpi di minori uccisi nel 2025 erano ancora nelle mani dell’esercito, mentre l’organizzazione islamista aveva già restituito tutte le salme degli ostaggi del 7 ottobre. A Beit Ummar Hani Awad può vedere dalla propria casa il punto esatto dove suo figlio Reda, quindici anni, è stato ucciso il 21 giugno: il corpo del ragazzo è stato portato via dall’esercito, che ha vietato qualsiasi cerimonia funebre, lasciando la famiglia in un dolore senza sepoltura. Sollecitato da Le Monde, l’esercito israeliano ha rifiutato in blocco queste accuse, rimandando semplicemente alla propria contestazione di un recente rapporto Onu sulla sorte dei minori a Gaza e in Cisgordania.

 

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