Stefan Renna, la verità dura due minuti
Alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, durante la gara di bob a due sulla pista di Cortina, il telecronista svizzero Stefan Renna di RTS ha fatto qualcosa di insolito per il giornalismo sportivo televisivo: ha usato i due minuti della discesa del team israeliano per fare informazione vera. Mentre Adam Edelman e Menachem Chen scendevano la pista, Renna ha ricordato punto per punto le posizioni pubbliche del capitano. Ha detto che Edelman si definisce “sionista fino al midollo“, che ha postato messaggi a sostegno di quella che lui chiama “la guerra moralmente più giusta della storia“, e ha usato il termine “genocidio“, precisando che è la parola adottata dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Ha citato Ward Fawarsy, frenatore del bob israeliano che ha prestato servizio attivo a Gaza, sostenuto pubblicamente da Edelman con l’invito sui social a mandargli messaggi di incoraggiamento. Ha ricordato la beffa alla scritta “Free Palestine” a Lillehammer insieme allo skeletonista Jared Firestone. Ha sottolineato il doppio standard del CIO: Russia e Bielorussia fuori perché i loro atleti sostengono attivamente la guerra, ma questo criterio non viene applicato a Edelman. RTS ha rimosso il video, vietato a Renna di parlarne ulteriormente, e l’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee ha definito la telecronaca “disgustosa“.
Paolo Petrecca, una lunga diretta di nefandezze
Mentre Renna veniva silenziato per aver detto troppo, Paolo Petrecca — direttore di Rai Sport, autoproclamatosi telecronista della cerimonia d’apertura dopo aver fatto fuori Auro Bulbarelli — si distingueva per aver detto quasi tutto in modo sbagliato. Ha esordito con “Buonasera dallo Stadio Olimpico”, trovandosi invece al Meazza di Milano. Ha scambiato Matilda De Angelis per Mariah Carey, poi ha sbagliato anche il suo nome chiamandola “Matilde”. Ha confuso la figlia del presidente Mattarella con la presidente del CIO. Ha inanellato luoghi comuni durante la sfilata delle delegazioni: i brasiliani “con la musica nel sangue”, gli arabi “che ci hanno abituato a certi vestiti”, gli africani e i “riti voodoo”. Ha dichiarato che il Kazakistan aveva “solo quattro atleti, sette dei quali nello sci di fondo”. Le sue gaffe sono finite sul New York Times. I vertici Rai lo hanno convocato, ma senza conseguenze formali — a rischio la conduzione della cerimonia di chiusura, nulla di più.
Chi dice la verità paga, per ora
Le vicende di Renna e Petrecca non sono solo curiosità sportivo-televisive: sono uno specchio politico. In ogni sistema mediatico che riflette il potere piuttosto che interrogarlo, chi dice la verità con rigore viene punito — rimosso, silenziato, vietato di parlare — mentre chi asseconda le narrative ufficiali, o semplicemente è lì per compiacenza di apparato, viene tutelato o al massimo imbarazzato senza conseguenze reali. È una fenomenologia che accompagna ogni regime o semi-regime che si rispetti, e che si ripete puntualmente nelle fasi di transizione storica: prima che un sistema crolli o si trasformi, si moltiplicano i casi di giornalisti sanzionati per oggettività e funzionari premiati per fedeltà. Renna ha fatto il suo mestiere. Il fatto che sia diventato un caso internazionale — virali i suoi due minuti in decine di paesi — dimostra che il bisogno di informazione reale è più forte di qualsiasi rimozione. La Storia, come sempre, ha pazienza. Ma tiene il conto.

