Ekrem İmamoğlu rappresenta un’anomalia nel panorama politico turco contemporaneo: un amministratore efficace, di matrice secolarista, capace di attrarre consenso trasversale, che ha osato fare ciò che in pochi avevano tentato negli ultimi vent’anni—battere il partito di Erdoğan non una, ma quattro volte. Sindaco di Istanbul dal 2019, rieletto nel marzo 2024 con quasi un milione di voti di vantaggio, il 54enne ex manager è rapidamente diventato il principale oppositore presidenziale del leader dell’AKP in vista delle elezioni del 2028. È proprio questa sua ascesa politica, però, che ha attirato su di lui la macchina repressiva dello Stato turco. Il 19 marzo 2025, appena pochi giorni prima che venisse ufficializzata la sua candidatura presidenziale, İmamoğlu è stato arrestato. Da quel momento, la sua vita e quella della democrazia turca hanno subito un’accelerazione verso il baratro.
La scaffalatura delle accuse: un atto d’accusa di 4.000 pagine
L’atto d’accusa contro İmamoğlu è un documento massiccio, lungo quasi 4.000 pagine, depositato dal procuratore capo di Istanbul Akin Gürlek l’11 novembre 2025. Il numero dei capi d’imputazione è intenzionalmente soverchiante: 142 reati, distribuiti tra 402 imputati totali, di cui 105 già in carcere preventivo. La procura dipinge un quadro apocalittico, descrivendo l’ex sindaco come il “fondatore e leader” di una vasta organizzazione criminale con struttura gerarchica, una sorta di “piovra” i cui tentacoli si sarebbero diffusi nella metropoli del Bosforo causando danni enormi.
Le accuse specifiche spaziano ampiamente: corruzione e tangenti, riciclaggio di denaro, frode a danno di istituzioni pubbliche, manipolazione di appalti, concussione, diffusione illecita di dati personali. Secondo le ricostruzioni della procura, questo sistema corruttivo si sarebbe sviluppato sin dal 2014, quando İmamoğlu era vicesindaco del distretto di Beylikdüzü. La presunta rete avrebbe operato trasferendo fondi dalle imprese aggiudicate agli appalti municipali verso aziende private riconducibili a İmamoğlu o verso intermediari utilizzati per il riciclaggio.
Il danno economico imputato è cifrato in 160 miliardi di lire turche—circa 3,3-3,8 miliardi di euro e 24 milioni di dollari. Una cifra astronomica, che la procura sostiene essere il risultato di una decade di malversazione sistematica.
Oltre il diritto penale: la condanna simbolica
La richiesta di pena avanzata dal procuratore Gürlek è, per ammissione di molti osservatori, aritmeticamente impossibile e dichiaratamente simbolica. La procura chiede tra gli 828 e i 2.532 anni di reclusione per İmamoğlu, con la maggior parte delle fonti convergendo su 2.352 anni, una cifra che significherebbe il suo carcere fino all’anno 4378. Sebbene il codice penale turco preveda massimi di pena, questo cumulo monumentale non rispecchia alcun criterio di proporzionalità legale: è invece un messaggio politico, una dichiarazione che İmamoğlu deve essere tolto dalla circolazione a qualunque costo.
Tuttavia, le accuse non si fermano qui. Nel marzo 2025, l’Università di Istanbul ha annullato il diploma universitario di İmamoğlu, sostenendo che il suo percorso di studi—completato nel 1990 con un trasferimento da un ateneo cipriota—non avrebbe rispettato le procedure amministrative corrette. Poiché la Costituzione turca richiede un diploma di laurea come prerequisito per candidarsi alla presidenza, questo annullamento lo rende formalmente ineleggibile. Nel giugno 2025, il sindaco è stato inoltre condannato a un anno e otto mesi di carcere per “insulti e minacce a pubblico ufficiale” dovuti a sue critiche pubbliche al procuratore Gürlek nel gennaio dello stesso anno. Nel settembre 2025 è stato poi coinvolto in un’ulteriore inchiesta per “spionaggio”, accusato di avere scambiato dati dei cittadini per ottenere finanziamenti esteri durante la campagna elettorale presidenziale del 2019.
Le dichiarazioni di İmamoğlu: negazione ferma e appelli democratici
Dal carcere—prima nel penitenziario di Silivri, alla periferia di Istanbul, dove continua a essere trattenuto—İmamoğlu ha fermamente respinto tutte le accuse. Nel marzo 2025, interrogato per cinque ore dalla polizia riguardo all’accusa di favoreggiamento al terrorismo, ha dichiarato che “le accuse immorali e infondate rivolte a me sono progettate per minare la mia reputazione e credibilità”. Questa dichiarazione introduce il tema cruciale: il riconoscimento che le imputazioni non sono frutto di indagini imparziali, ma di un’operazione coordinata di delegittimazione politica.
Riguardo all’annullamento della laurea, İmamoğlu ha protestato che la decisione era “illegale”, ribadendo che spetterebbe esclusivamente al consiglio dell’Università il diritto di annullare il titolo e non all’Alto Consiglio per l’Educazione. Ha concluso la sua protesta in tono da martire civile: “Si avvicinano i giorni in cui coloro che hanno preso questa decisione saranno ritenuti responsabili di fronte alla storia e alla giustizia”.
Con riferimento alle accuse di spionaggio, İmamoğlu ha definito il procedimento un “complotto” e le imputazioni “assurde”, dichiarando: “Non ho assolutamente alcuna conoscenza o connessione con le agenzie di intelligence o i loro dipendenti”. Ha aggiunto, con amara ironia, che “sarebbe più realistico dire che ho incendiato Roma”—una metafora che sottolinea l’assurdità percepita delle accuse.
Più significativamente, nel maggio 2025, parlando dal carcere in riferimento allo scioglimento della PKK annunciato dal governo, İmamoğlu ha colto l’occasione per articolare una visione inclusiva e democratica della Turchia, affermando che un processo così importante non poteva essere condotto “con incontri di un piccolo numero di politici a porte chiuse” ma richiedeva “il sostegno e l’approvazione della società, il coinvolgimento di esperti e condizioni democratiche minime quali la libertà di espressione e di associazione”. Ha inoltre evidenziato come i curdi abbiano subito pratiche sbagliate dello Stato e che da quel momento in avanti “dobbiamo rendere tutti gli individui della Repubblica di Turchia cittadini uguali con uguali diritti”. Anche in carcere, le sue parole mantengono una prospettiva democratica e inclusiva che contrasta nettamente con la narrazione repressiva dello Stato.
La debolezza procedurale: testimoniali anonime e prove fragili
Un aspetto critico del procedimento è la natura delle prove su cui si fonda l’accusa. Secondo l’avvocato di İmamoğlu, Mehmet Pehlivan, l’inchiesta si regge su dichiarazioni di testimoni anonimi, il che viola principi fondamentali del diritto a confrontarsi con gli accusatori. Pehlivan ha rilevato che alcuni di questi testimoni avevano oltre cento precedenti penali, mentre altri—che accusavano direttamente İmamoğlu—presentavano decine di precedenti, eppure erano stati considerati credibili dalle autorità.
Ulteriormente problematico è il fatto che i collegamenti tra alcuni degli imputati per criminalità organizzata sarebbero stati stabiliti unicamente attraverso l’incrocio approssimativo di segnali GPS dei cellulari in determinate date e luoghi. È una metodologia investigativa che ricorda più una ricerca empirica imprecisa che un’indagine penale rigorosa.
Lo stesso avvocato Pehlivan è stato arrestato nel luglio 2025 per la seconda volta durante il corso del processo, un episodio che riflette la repressione estesa anche a chi difende gli oppositori.
Il contesto: una magistratura asservita e una campagna coordinata
La figura del procuratore Akin Gürlek merita scrutinio particolare. Nel 2022 è stato nominato vice ministro della Giustizia; nell’ottobre 2024, pochi mesi dopo la vittoria elettorale di İmamoğlu, è stato promosso a procuratore capo di Istanbul. Il leader del CHP Özgür Özel lo ha definito una “ghigliottina mobile”. Nel settembre 2025, il leader dell’opposizione ha inoltre diffuso documenti secondo cui l’azienda statale mineraria Etimaden, registrata in Lussemburgo, avrebbe stipendiato Gürlek tra il 2024 e il 2025—un potenziale conflitto di interessi mai completamente chiarito.
La sequenza degli attacchi giudiziari contro İmamoğlu non è casuale: ogni volta che il sindaco si avvicina a un appuntamento politico rilevante, emerge una nuova incriminazione. L’arresto stesso è avvenuto il 19 marzo 2025, pochi giorni prima dell’ufficializzazione della candidatura presidenziale. L’annullamento della laurea è seguìto. Poi l’inchiesta per spionaggio. Poi la nuova inchiesta legata a presunti fondi illeciti del CHP. È una progressione che risponde a una logica politica, non giudiziaria.
La repressione allargata: il CHP nel mirino
L’operazione contro İmamoğlu non è isolata. Contemporaneamente, la procura ha intentato azioni legali per la chiusura dell’intero Partito Popolare Repubblicano (CHP), accusandolo di “interferenza con la credibilità delle elezioni e con l’ordine democratico” e di utilizzo della sua sede per “riciclare proventi illeciti”. È un attacco senza precedenti contro il principale partito di opposizione, un tentativo di smantellare l’alternativa politica a Erdoğan. La Procura Generale di Istanbul ha richiesto il sequestro dell’edificio della Direzione provinciale del CHP. Nel luglio 2025, oltre 120 dipendenti del comune di Izmir—altra roccaforte del CHP—sono stati arrestati in operazioni definite dagli osservatori come “arbitrarie” e “senza precedenti”.
L’arresto di İmamoğlu nel marzo 2025 ha scatenato la più grande ondata di proteste in Turchia nell’ultimo decennio. Manifestazioni hanno investito decine di città, con scontri violenti tra forze di polizia e manifestanti; quasi duemila persone sono state arrestate. La stabilità economica è stata compromessa, con turbative nei mercati finanziari. Eppure il governo ha proseguito imperterrito nella sua offensiva giudiziaria.
La risposta dell’opposizione: “Un colpo di Stato in toga”
Il leader del CHP, Özgür Özel, ha articolato una risposta fortemente critica e simbolicamente eloquente. Ha definito l’operazione giudiziaria “un memorandum politico di golpisti, non un atto d’accusa” e ha affermato: “Il 19 marzo c’è stato un colpo di Stato civile. Questa volta, i golpisti non sono arrivati con i carri armati, ma con le toghe da giudice”. Ha richiesto inoltre elezioni anticipate e la liberazione di tutti i prigionieri politici, denunciando una “repressione orchestrata per eliminare il principale avversario politico di Erdoğan”.
Anche Tülay Hatimogulları, co-presidente del partito Dem (minoranza curda), ha sollecitato “la liberazione immediata di İmamoğlu e di tutti i politici eletti”.
Il ruolo dell’Europa
La Commissione Europea ha colto il significato della repressione contro İmamoğlu. Nel suo rapporto annuale sulla Turchia presentato a novembre 2025, Bruxelles ha espresso “preoccupazioni riguardo al continuo deterioramento degli standard democratici, dello stato di diritto, dell’indipendenza della magistratura e del rispetto dei diritti fondamentali”. Il caso è citato esplicitamente come sintomo di questa erosione democratica. L’Ordine degli Avvocati di Istanbul—il più grande al mondo con quasi 70mila iscritti—è stato dichiarato decaduto con l’accusa di “propaganda a favore di un’organizzazione terroristica”, rendendo ancora più difficile la difesa legale efficace dei perseguitati politici.
Il prezzo della resistenza democratica
Se İmamoğlu fosse condannato al massimo richiesto, rischierebbe 2.532 anni di carcere, impossibile da scontare in una vita umana. Rischierebbe inoltre l’interdizione dai pubblici uffici in perpetuo, rendendolo ineleggibile a qualunque carica. L’annullamento della laurea lo ha già reso costituzionalmente ineliggibile alla presidenza. La sentenza per insulti a pubblico ufficiale lo espone ulteriormente al carcere. Le accuse di spionaggio potrebbero comportare pene ancora più severe. È un’architettura legale costruita non per administrare giustizia, ma per neutralizzare un avversario politico.
Il valore simbolico della richiesta di 2.352 anni non è casuale: è un messaggio al CHP, agli elettori di Istanbul, alla Turchia intera. È il messaggio che Erdoğan intende trasmettere: la dissidenza ha un costo insostenibile, la resistenza è futile, la democrazia è ormai una finzione amministrata dallo Stato.
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