In risposta all’escalation della guerra d’Israele contro Gaza, importanti settori dell’opinione pubblica britannica – inclusi gruppi ebrei progressisti e attivisti per la pace – guidano iniziative emblematiche per chiedere un embargo totale sulle armi verso Israele e l’imposizione di dure sanzioni economiche.
Mercoledì, davanti al Parlamento britannico di Londra, migliaia di manifestanti hanno partecipato a una marcia organizzata dalla Palestine Solidarity Campaign (PSC), creando una scenografica “Red Line for Palestine”: indossando abiti rossi, manifestanti e gruppi della comunità ebraica britannica hanno circondato l’edificio per denunciare la permanenza dello stato d’assedio e la crisi umanitaria a Gaza. L’iniziativa ha visto notevole presenza dei movimenti “Jews Against Genocide” e “Jews for Palestine” che rivendicano il proprio impegno per la giustizia come parte integrante dell’identità ebraica, con lo slogan: “A Jew is someone who cares”. Il corteo si è svolto durante le periodiche interrogazioni al primo ministro Keir Starmer, a testimonianza della pressione esercitata sulla classe politica.
Starmer, intervenendo in aula, ha definito “intollerabili” e “sconcertanti” le azioni israeliane a Gaza, ribadendo la posizione critica del Regno Unito di fronte al blocco degli aiuti e all’espansione militare, e confermando sanzioni già comminate a membri del governo israeliano, la sospensione dei negoziati commerciali, e l’esame di ulteriori misure restrittive.
Tuttavia, sia il premier che il ministro degli esteri David Lammy sono stati aspramente criticati dagli attivisti e da parte della società britannica (compresi molti ebrei impegnati) per non aver agito in modo tempestivo e incisivo, specie di fronte alle più di 54.000 vittime palestinesi e alla fame di massa provocata da mesi di assedio, come denunciato dal segretario generale ONU Antonio Guterres. La protesta ha sottolineato che la “red line” etica della società civile – e di parte degli ebrei britannici – dovrebbe tradursi in scelte politiche e nell’imposizione di limiti netti rispetto alle operazioni militari israeliane e alle violazioni dei diritti umani nei Territori Palestinesi.
Durante la stessa giornata, una fondazione umanitaria legata a Stati Uniti e Israele ha sospeso per 24 ore la distribuzione degli aiuti a Gaza, a seguito di numerosi attacchi israeliani a civili che cercavano cibo e della morte di decine di persone in fila per gli aiuti umanitari. Questi eventi aggravano la condanna internazionale per la “strumentalizzazione degli aiuti” e accrescono la domanda di inchieste indipendenti.
In questo contesto, l’attivismo degli ebrei britannici critici verso la politica israeliana acquista centralità nel dibattito: le voci dissidenti dall’interno della comunità invocano sanzioni, la sospensione della cooperazione militare, un embargo sulle armi e la creazione di un nuovo percorso di pace, sostenendo che restare “neutrali” di fronte a un disastro umanitario non sia più accettabile. Le loro azioni pubbliche mirano a segnare un confine morale e politico, spronando governo e opinione pubblica ad assumere una posizione chiara contro la guerra e a favore dei diritti umani per tutti, israeliani e palestinesi.

