Il British Museum di Londra ha rimosso il termine “Palestina” dalle didascalie e dalle mappe relative all’antico Medio Oriente, dopo le pressioni esercitate dall’organizzazione UK Lawyers for Israel (UKLFI). La decisione ha scatenato un acceso dibattito sulla politicizzazione della storia e sulle modalità con cui le istituzioni culturali rappresentano il passato.
Le modifiche contestate
Le esposizioni relative all’antico Egitto e ai Fenici indicavano la costa orientale del Mediterraneo come “Palestina”, e alcune persone erano descritte come di “discendenza palestinese”. In una lettera inviata al direttore Nicholas Cullinan il 7 febbraio 2026, UKLFI ha sostenuto che “applicare retroattivamente un unico nome – Palestina – all’intera regione, attraverso migliaia di anni, cancella i cambiamenti storici e crea una falsa impressione di continuità”.
Il museo ha modificato i pannelli: il termine “discendenza palestinese” è stato sostituito con “discendenza canaanita” nella sezione sugli Hyksos. Un portavoce ha spiegato che “per le gallerie del Medio Oriente, il termine ‘Canaan’ è rilevante per il Levante meridionale nel secondo millennio a.C.”.
UK Lawyers for Israel
Fondata nel 2011, UKLFI è un’organizzazione di avvocati pro-Israele nota per condurre campagne di “lawfare” contro individui e istituzioni che criticano Israele o esprimono solidarietà con i palestinesi. Nel maggio 2025, un rapporto dell’organizzazione CAGE International ha accusato UKLFI di “nascondere le proprie fonti di finanziamento” e di condurre “campagne di molestie professionali”. Nell’agosto 2025, il gruppo è stato oggetto di un’indagine per aver inviato lettere legali ritenute “vessatorie e prive di fondamento giuridico” volte a silenziare gli sforzi di solidarietà con la Palestina.
Nel gennaio 2026, anche l’Encyclopaedia Britannica ha modificato i propri materiali didattici per bambini dopo le pressioni di UKLFI, rimuovendo una mappa che indicava la regione tra il fiume Giordano e il Mediterraneo come “Palestina” senza menzionare Israele.
La controversia solleva interrogativi fondamentali sul ruolo dei musei nell’educazione pubblica e sulla vulnerabilità delle istituzioni culturali alle pressioni politiche in un contesto di crescente polarizzazione sul conflitto israelo-palestinese.

