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21 October 2026

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[Europa] Rima Hassan e la Palestina, un retweet davanti al giudice

Lunedì 19 e martedì 20 ottobre 2026, la decima sezione del tribunale correzionale di Parigi ha ospitato un processo che andava ben oltre la cronaca giudiziaria. Sul banco degli imputati sedeva Rima Hassan, eurodeputata della France insoumise e figura di primo piano della lotta palestinese, accusata di apologia del terrorismo. Il motivo sembrava circoscritto: un retweet pubblicato sul suo account X il 26 marzo, in cui rilanciava una citazione di Kōzō Okamoto, militante comunista giapponese coautore nel 1972 di un attentato all’aeroporto di Tel Aviv che causò ventisei morti, rivendicato dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

Fin dal primo giorno l’aula era gremita e la tensione altissima. Durante una pausa, un anziano presidente di un’associazione parte civile ha insultato l’avvocato Vincent Brengarth, che ha chiesto l’intervento del giudice. Quando la discussione si è fatta più aspra, il magistrato ha evocato l’ipotesi di un’udienza a porte chiuse. L’avvocata della Licra, Galina Elbaz, ha respinto con fermezza le tesi della difesa, sostenendo che il principale stereotipo antisemita fosse proprio il sospetto di doppia lealtà. Brengarth, che esercita da dieci anni, ha detto di non aver mai visto nulla di simile e ha lasciato la sala, seguito dalla stessa Hassan. Nel corridoio, un uomo l’ha minacciata apertamente, e un agente è dovuto intervenire per allontanarlo.

La difesa ha sostenuto che il caso non riguardasse un reato, ma un’opinione. Brengarth ha accusato alcune parti civili di non essere neutrali e di voler trasformare il tribunale in una cinghia di trasmissione della politica israeliana. La controparte ha replicato denunciando un complottismo. Intanto il messaggio, poi cancellato, era stato segnalato dal pubblico ministero specializzato nella lotta all’odio online e dallo stesso ministro dell’interno.

Una settimana dopo, Hassan è stata posta in stato di fermo. Davanti agli agenti ha dichiarato di non conoscere Okamoto né il numero delle vittime del 1972, e di non aver voluto glorificare un modo di agire, bensì richiamare una filosofia di resistenza all’oppressione. Nello stesso giorno, alcune testate e canali televisivi hanno diffuso la notizia, rivelatasi falsa, che nella sua borsa fosse stata trovata droga sintetica. Secondo il programma Complément d’enquête, quelle fughe sarebbero state rilanciate dallo stesso ministro dell’interno e, stando al Canard enchaîné, anche dal portavoce del ministero della giustizia.

È emerso inoltre che, prima dell’audizione, la linea telefonica dell’eurodeputata era stata tracciata per registrare ogni suo spostamento dal primo gennaio. «È stata geolocalizzata per un solo post, come se fosse Pablo Escobar», ha commentato il suo avvocato. Hassan gode dell’immunità parlamentare, ma gli inquirenti l’hanno aggirata aprendo un’indagine per flagranza di reato. Brengarth ha chiesto invano che la questione dell’immunità fosse risolta prima di ogni discussione nel merito, denunciando ingerenze politiche e ricordando che alcuni relatori speciali delle Nazioni Unite avevano espresso «vive preoccupazioni» per i numerosi procedimenti che la riguardano.

Martedì la procuratrice ha chiesto dieci mesi di reclusione con la condizionale e due anni di ineleggibilità. Secondo l’accusa, quel post non era una citazione storica ma una sorta di omaggio all’attentato, e la causa palestinese non può fungere da scudo. Brengarth ha replicato di non difendere più Hassan, bensì lo Stato di diritto, e ha parlato di un «neo diritto» che trasformava il processo in una pena politica. Alla sortita dall’udienza ha parlato di una squalifica politica, collegandola alle notizie su istruzioni volte a screditare La France insoumise a pochi mesi dalle presidenziali.

La difesa ha chiamato a testimoniare Alexis Deswaef, presidente della FIDH, Alain Gresh, fondatore di Orient XXI, e il magistrato Ghislain Poissonnier. Tutti hanno sostenuto che il processo riguardasse la libertà di espressione più che l’apologia. Deswaef ha ricordato che il diritto alla resistenza è riconosciuto dal diritto internazionale, denunciando un doppio standard nell’uso di norme penali distolte dal loro scopo. Poissonnier ha rammentato che nel 2014, sotto la presidenza di François Hollande, il reato di apologia era passato dal diritto della stampa al codice penale, rischiando di diventare uno strumento di polizia del pensiero.

Hassan, nata in un campo profughi palestinese in Siria, ha scelto di tacere sul merito, rivendicando il proprio diritto al silenzio. In aula si è limitata a poche frasi: «Sono probabilmente l’eletta più perseguita della storia per le mie opinioni politiche». Ha aggiunto che è inaccettabile rallegrarsi della morte di civili, israeliani come palestinesi. Alla lettura delle richieste dell’accusa è rimasta immobile, con le spalle coperte da una kefiah bianca e nera.

Il verdetto sarà pronunciato il 30 novembre. Fino ad allora, la vicenda resta un banco di prova sul confine tra apologia e libertà di espressione, tra il ricordo di una strage e la legittimità di una causa politica. Al di là di ogni appartenenza, chi segue questo caso dovrebbe chiedersi quanto spazio resti per il dissenso quando il linguaggio della resistenza si scontra con quello del terrore.

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