E’ a notte dell’8 settembre 2025. Cinque persone entrano nello stabilimento tedesco della Elbit Systems dopo aver forzato una vetrata. Una volta dentro, distruggono computer, schermi, telefoni e attrezzature d’ufficio, lasciando scritte contro il ruolo dell’azienda nella guerra a Gaza. Non ci sono feriti; l’azione, filmata dagli stessi attivisti, si conclude con il loro arresto, avvenuto senza resistenza. In un video pubblicato subito dopo, una delle protagoniste, Leandra, rivendica il gesto con parole dirette: l’azienda, dice, trae profitto “dallo esterminio del popolo indigeno della Palestina”
Da allora sono conosciuti come gli “Ulm 5”: Daniel Tatlow-Devally (irlandese), Zo Hailu e Crow Tricks (britannici), Vi Kovarbasic (tedesco) e Leandra Rollo (spagnola e argentina). Prima di quella notte, il loro attivismo aveva seguito le vie consuete della protesta; secondo chi li racconta avevano già preso parte a marce, presidi e raccolte fondi legate alla causa palestinese.
Il collettivo: Palestine Action
Dietro l’azione c’è Palestine Action, rete di attivismo diretto nata nel Regno Unito con un bersaglio dichiarato: la Elbit Systems che secondo i dati citati dalle fonti fornisce circa l’85% dei droni da combattimento e delle attrezzature terrestri in uso all’esercito israeliano. Negli anni il gruppo ha colpito sedi e stabilimenti collegati all’azienda in più paesi europei, Regno Unito compreso, dove è arrivato a ottenere la chiusura di alcune filiali. Nel Regno Unito Palestine Action è stata messa fuori legge e i suoi membri processati con accuse pesanti, segno di quanto la sua attività sia considerata destabilizzante dalle autorità.
Il capo d’imputazione iniziale, relativo a vernice rossa sull’edificio, computer e impianti sanitari distrutti, veniva stimato attorno ai 200.000 euro; nel corso delle indagini la cifra è salita a oltre un milione di euro, secondo quanto sostenuto dall’accusa.
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Un processo dai contorni politici
Ad aggravare la posizione dei cinque non è solo l’accusa di danneggiamento, la procura li perseguito anche ai sensi del paragrafo 129 del codice penale tedesco, la norma sull'”associazione a delinquere” nata nella Prussia ottocentesca e oggi riservata, di norma, a organizzazioni criminali o terroristiche, ma applicata negli ultimi anni anche a movimenti climatici e politici. La pena prevista arriva fino a cinque anni di reclusione.
Da undici mesi i cinque restano in custodia cautelare, divisi in carceri diverse del sud della Germania, i familiari denunciano condizioni durissime. La madre di Zo Hailu racconta che alla figlia sarebbe stato negato l’accesso a un legale nonostante fosse stato promesso, mentre la madre di Daniel Tatlow-Devally rivendica per il figlio lo status di difensore dei diritti umani, sostenendo che i ragazzi “combattono contro i crimini di guerra e il genocidio a Gaza“. Nella prima udienza, secondo le cronache, il pubblico presente in aula ha accolto l’ingresso degli imputati con applausi e cori di sostegno; un’immagine che racconta quanto il processo sia diventato, per una parte dell’opinione pubblica, un simbolo.
Il valore del gesto
Quella notte a Ulm non è stata un episodio di teppismo, ma un atto di responsabilità individuale, compiuto in un contesto in cui le vie istituzionali sembravano bloccate: ricorsi legali e pressioni diplomatiche per fermare l’export di armi tedesche verso Israele non avevano prodotto risultati, mentre la Germania restava, ed è tuttora, il secondo fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti. Daniel, Zo, Crow, Vi e Leandra non hanno cercato un vantaggio personale, si sono lasciati arrestare senza opporre resistenza e hanno accettato, con piena consapevolezza, di pagarne le conseguenze. È questa la cifra morale del loro gesto: non un attacco cieco, ma una scelta lucida, rivendicata a viso aperto davanti alle telecamere, nel momento in cui la denuncia pubblica e il diritto internazionale non bastavano più a fermare la catena di produzione della guerra.
Undici mesi di carcere preventivo, condizioni di detenzione durissime secondo i familiari, un’aula di tribunale che li accoglie con applausi: gli Ulm 5 sono diventati, loro malgrado, un simbolo. Il loro gesto si inserisce in una traiettoria più ampia di azioni dirette contro Elbit Systems in tutta Europa, alcune delle quali, nel Regno Unito, sono riuscite a ottenere la chiusura di filiali dell’azienda; una dimostrazione che l’azione diretta, quando è organizzata, non violenta nei confronti delle persone e rivendicata pubblicamente, può incidere là dove diplomazia e ricorsi legali si sono fermati.

