Mark Perlmutter non è un attivista di professione, è un chirurgo ortopedico americano, originario del North Carolina, ebreo, con alle spalle quarant’anni di missioni umanitarie nelle peggiori emergenze del pianeta, da ground zero a numerosi paesi africani. Quando è tornato da Gaza, dove ha prestato servizio come volontario più volte a partire dal 2024, ha scelto di raccontare quello che ha visto senza filtri, in una serie di interviste che nel tempo si sono moltiplicate, ognuna più dura della precedente.
L’intervista più argomentata, quella in cui il racconto prende corpo con più dettagli clinici e narrativi, resta quella rilasciata a France 24, nel programma Tête à tête, andata in onda nell’ottobre 2024. È lì che Perlmutter descrive per la prima volta in modo esteso il proprio lavoro all’European Hospital di Khan Younis, nel sud della Striscia, dove ha operato tra fine marzo e metà aprile 2024.
Il link al video, pubblicato sul sito dell’emittente, è questo: https://www.france24.com/en/tv-shows/t%C3%AAte-%C3%A0-t%C3%AAte/20241029-us-doctor-claims-israeli-snipers-target-child-in-gaza-no-child-gets-shot-twice-by-mistakea
In quella conversazione, Perlmutter racconta di aver visto, nel proprio reparto, bambini colpiti non una ma due volte da colpi d’arma da fuoco; una circostanza che, ai suoi occhi di medico, esclude l’errore. È in quel contesto che pronuncia la frase che avrebbe fatto il giro del mondo:”No child gets shot twice by mistake“, nessun bambino viene colpito due volte per sbaglio. Aggiunge di non aver incontrato, in tutto il periodo trascorso in ospedale, un solo miliziano tra i feriti: solo civili, dice, e in gran parte bambini.
Il chirurgo non si ferma alla descrizione clinica. Rivolge lo sguardo anche a chi, secondo lui, rende possibile tutto questo da lontano: gli Stati Uniti e i governi occidentali che continuano a fornire armamenti a Israele nonostante gli appelli al cessate il fuoco. Sul ruolo dell’Occidente è netto, e usa la parola che più di ogni altra ha acceso il dibattito attorno alle sue parole: genocidio.
A quella prima, durissima testimonianza se ne sono aggiunte altre, ancora più difficili da ascoltare. Un anno dopo, in un’intervista al sito palestinese PalPulse dell’ottobre 2025, Perlmutter ha raccontato di aver percorso personalmente una fossa comune nel cortile dell’ospedale Al-Aqsa Martyrs, nel complesso Nasser di Khan Younis, raccogliendo le testimonianze di chi diceva di aver assistito, in quello stesso luogo, alla sepoltura di due bambini ancora vivi, spinti nella fossa da un bulldozer mentre le loro grida venivano soffocate dalla terra. Quando il sito sarebbe stato riaperto, riferisce il chirurgo, i corpi recuperati indossavano ancora le magliette rossa e verde descritte dai testimoni, con le mani legate dietro la schiena.
Sono racconti che Perlmutter presenta come testimonianze raccolte sul campo, non come fatti visti con i propri occhi; ma è proprio la sua credibilità professionale, la sua storia personale di medico ebreo che non ha mai smesso di operare in scenari di guerra, a rendere le sue parole difficili da liquidare con un’alzata di spalle.
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