Alla fine di agosto il Mediterraneo davanti alle coste israeliane ha cambiato aspetto. Una fioritura algale densa, accompagnata da una torbidità eccezionale, ha costretto a fermare o a rallentare cinque dei sei grandi impianti di dissalazione del paese; un colpo pesante per un sistema che dal mare ricava fino all’80 per cento dell’acqua potabile. Per garantire le forniture, le autorità hanno aumentato i prelievi dalle falde e dal lago di Tiberiade. I rilievi satellitari indicano che la fioritura è nata più a sud, tra il delta del Nilo e il Sinai settentrionale, per poi risalire la costa trascinata dalle correnti. Lungo quel tragitto, però, c’è Gaza.
Una città senza fogne
Nella Striscia la depurazione ha smesso di esistere. Secondo Medici Senza Frontiere, quasi il 90 per cento delle infrastrutture idriche e sanitarie è stato danneggiato o distrutto dall’esercito israeliano; a settembre l’OCHA ha certificato che tutti e sei i depuratori sono fuori servizio e che il 70 per cento delle stazioni di pompaggio è fermo. Ogni giorno oltre 150.000 metri cubi di reflui non trattati finiscono nell’ambiente. Omar Shatat, vicedirettore dell’ente idrico costiero di Gaza, ha spiegato al Guardian che circa 45.000 arrivano in mare e altri 15.000 filtrano nel sottosuolo attraverso i pozzi neri dei campi di sfollati. Azoto e fosforo, il nutrimento delle alghe, si riversano così in un mare già sotto stress. Gli scienziati non concordano sul peso di questo contributo; alcuni esperti israeliani ritengono improbabile che Gaza sia stata la causa principale, visto che anche gli impianti di El Arish, più a sud, sono stati colpiti. Il quadro più plausibile è quello di un evento dalle molte cause, che gli scarichi della Striscia potrebbero aver aggravato. Misurarlo è difficile anche perché ai ricercatori in uscita da Gaza è stato impedito di portare con sé perfino piccoli campioni di suolo.
Un ambiente condiviso
Il legame non si ferma al mare. Sotto la Striscia scorre la stessa falda costiera che si estende dal Carmelo al Sinai; già sfruttata e salinizzata prima della guerra, oggi riceve il percolato di oltre 68 milioni di tonnellate di macerie, mescolate a rifiuti sanitari, carburanti e ordigni inesplosi. Più di duecento discariche improvvisate hanno bruciato a cielo aperto, e i dati satellitari registrano un aumento di monossido di carbonio, anidride solforosa e metano nell’aria di Gaza; un’aria che, in certe condizioni meteorologiche, raggiunge Beersheba. Per i palestinesi le conseguenze sono già immediate e molto più gravi. Ma la lezione riguarda anche Israele, che non può separare la propria sicurezza ambientale dalla distruzione inflitta oltre il confine. I confini politici dividono le popolazioni; l’acqua e l’aria, invece, li attraversano.

