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13 April 2026

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[Gaza] Gli italiani genocidari e assassini a piede libero tra noi

Novecentoventotto. È questo il numero di cittadini italiani che, tra l’ottobre 2023 e il marzo 2025, hanno indossato l’uniforme dell’esercito israeliano mentre questo bombardava ospedali, scuole e campi profughi a Gaza. Ottocentoventotto di loro hanno la doppia cittadinanza italo-israeliana. Non sono fantasmi, non sono illazioni: sono dati ufficiali, ottenuti attraverso una richiesta formale ai sensi del Freedom of Information Act dai giornalisti investigativi di Declassified UK, John McEvoy e Alex Morris. Eppure in Italia nessuno sembra volerlo sapere.

Lo Stato italiano guarda dall’altra parte
Mentre in Gran Bretagna e in Francia avvocati e parlamentari chiedono indagini sui propri cittadini che hanno combattuto durante quello che la Corte Internazionale di Giustizia sta esaminando come genocidio, il governo Meloni si è trincerato dietro un muro di omissioni. Nel settembre 2025, le deputate M5S Ascari e Morfino hanno presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere se lo Stato fosse a conoscenza di italiani impiegati nelle operazioni militari a Gaza. La risposta è stata, nella sua ipocrisia, quasi ammirevole: “Israele non fornisce informazioni sui propri militari”. Come se il problema fosse una questione burocratica, e non morale. Il tutto condito dalla rassicurazione che l’Italia “richiama al rispetto del diritto internazionale umanitario” — nelle stesse settimane in cui 928 suoi cittadini partecipavano alla più documentata campagna di distruzione di massa degli ultimi decenni.

Complici con passaporto italiano
Chi sono questi soldati? Cosa hanno fatto? In quale reparto hanno servito? Hanno partecipato a rastrellamenti, bombardamenti su civili, operazioni di demolizione di abitazioni? Non lo sappiamo, e questo è esattamente il punto. L’IDF ha concesso le statistiche aggregate proprio perché, come conferma l’avvocato israeliano Elad Man, “non creano problemi ai singoli soldati”. Nessun nome, nessuna responsabilità, nessun processo. In un paese normale, un cittadino che combatte per un esercito straniero accusato di genocidio sarebbe oggetto quantomeno di un’indagine. In Italia, invece, l’argomento è trattato come un fastidioso rumore di fondo da silenziare al più presto. Il silenzio dello Stato non è neutralità: è copertura.

Una pista per stanarli e inquisirli
C’è un filo che potrebbe portare all’identificazione di questi soldati, e passa per i corridoi dei servizi di salute mentale del Sistema Sanitario Nazionale. Secondo fonti del settore, diversi reduci italiani dell’IDF avrebbero fatto accesso, al rientro in Italia, agli UOSM — Unità Operative di Salute Mentale delle ASL di Lazio, Toscana e Lombardia, richiedendo supporto psicologico e psichiatrico per Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS), la patologia riconosciuta dal DSM-5 che colpisce chi è stato esposto a eventi bellici, violenze estreme o scenari di morte di massa. Il dato non è secondario: chiunque abbia fatto richiesta di presa in carico per DPTS presso una struttura pubblica italiana è registrato in un database sanitario regionale, con nome, cognome, codice fiscale e anamnesi. Richiedere l’accesso a questi archivi — attraverso un’apposita autorizzazione della magistratura o un’indagine parlamentare — rappresenterebbe un primo passo concreto e giuridicamente percorribile per incrociare quei dati con la lista dei 928 cittadini italiani che hanno servito nell’IDF durante il genocidio di Gaza. Non sarebbe una caccia alle streghe: sarebbe, semplicemente, fare il lavoro che uno Stato di diritto dovrebbe già aver fatto.

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