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11 July 2026

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[Gran Bretagna] Churchill, dal sionismo britannico all’Intifada su Parliament Square

La statua di Winston Churchill a Londra, in Parliament Square, è stata imbrattata con vernice rossa e graffiti pro‑Palestina, riaprendo il dibattito sulle figure della storia britannica e il loro legame con colonialismo e supremazia bianca. L’episodio è avvenuto nella notte tra il 26 e il 27 febbraio, quando attivisti hanno ricoperto il monumento di scritte come “Zionist war criminal”“Free Palestine”“Stop the Genocide” e “Globalise the Intifada”, in un’azione rivendicata da gruppi legati alla campagna per la Palestina.

La polizia metropolitana ha arrestato un uomo di 38 anni, accusato di danneggiamento criminale in forma razziale, e la statua è stata transennata mentre i tecnici lavoravano alla rimozione della vernice; il monumento, già oggetto di contestazioni durante le mobilitazioni Black Lives Matter, torna così al centro di un’accesa discussione politica e storica. In diversi media britannici, l’imbrattamento viene descritto come un attacco “vile” e discriminatorio, ma anche come segnale di un profondo malcontento verso le narrazioni ufficiali della storia imperiale e le sue ricadute contemporanee in Palestina, in Madagascar e in altri contesti coloniali.

Tra condanne bipartisan e letture critiche delle responsabilità di Churchill nella politica coloniale e razziale, il caso della statua di Parliament Square diventa un punto di passaggio per riflettere sulle memorie pubbliche, sulla cancellazione simbolica e sui limiti della protesta vandalica nel discorso pubblico britannico.

 

Winston Churchill è stato un sostenitore politico del sionismo fin dai primi decenni del Novecento, anche se il suo ruolo è stato più ideologico e parlamentare che esecutivo nella gestione diretta del Mandato britannico in Palestina. Negli anni Venti e Trenta, in diverse occasioni Churchill si è espresso a favore della “colonizzazione sionista” in Palestina, descrivendo l’immigrazione ebraica come un motore di sviluppo e modernizzazione, senza adeguatamente considerare la presenza e i diritti dei palestinesi autoctoni. Durante il suo governo e in età avanzata, ha mantenuto un atteggiamento nettamente favorevole a uno “Stato ebraico” in Palestina, in coerenza con una visione imperiale che vedeva il sionismo come un alleato strategico del controllo britannico in Medio Oriente, anziché come un progetto di conflitto e ingiustizia territoriale.

In questo contesto, la sua statua a Londra viene oggi usata come simbolo politico: gli attacchi di vernice non colpiscono solo un’eredità coloniale generale, ma un’eredità specifica legata alla legittimazione del progetto sionista e alla nascita del moderno Israele, percepiti da molti come un nodo centrale delle violenze e dell’occupazione che segnano la Palestina contemporanea. In definitiva, il Churchill “protettore dell’Impero” e “sostenitore del sionismo” incrocia, negli occhi di chi protesta, la memoria coloniale e la memoria di Israele come progetto nazionale costruito sulla dislocazione e l’esclusione dei palestinesi.

 

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