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18 August 2026

[Global Sumud Flotilla] “Mi hanno messo due dita nei genitali”, la denuncia di stupro contro i soldati israeliani

Una denuncia per violenza sessuale scuote ancora una volta il caso della Global Sumud Flotilla. Anna Liedtke, giornalista e attivista...

[Italia] Macerie davanti al rettorato: la Federico II tra accordi NATO e complicità nel genocidio

Venerdì 15 maggio, in occasione del 78° anniversario della Nakba, studenti del collettivo Ecologia Politica Napoli hanno depositato delle macerie...

[Regno Unito] Il boia e il socio, come Londra finanzia con il commercio la pena di morte contro i palestinesi

Undici tra le principali organizzazioni umanitarie e per i diritti umani del Regno Unito,  tra cui Human Rights Watch, Oxfam,...

[Israele – Usa] Dalla guerra preventiva all’annientamento. La non strategia di chi sopravive solo con la morte degli altri

In Medio Oriente la logica della “guerra preventiva” è diventata una spirale che si autoalimenta.
Israele dopo aver spinto gli Stati Uniti a un attacco contro l’Iran con la promessa di un conflitto rapido sembra ripetere la stessa sceneggiatura già vista a Gaza o in Libano: un’operazione mirata che degenera in distruzione totale. L’attentato contro Khamenei, come quello contro i leader di Hamas,  viene presentato come l’inizio di un’era di sicurezza, ma si traduce in una guerra senza fine.

Ogni volta la narrativa è la stessa: eliminare un’organizzazione nemica, colpire le “forze del male”, ristabilire la deterrenza. In realtà, il risultato è l’opposto: più morti civili, più odio, più vulnerabilità. Israele afferma di difendersi da chi minaccia di annientarla, ma è lei stessa a produrre annientamento, a costruire la propria sicurezza sul genocidio ricorrente dell’altro. Un modello politico e militare che confonde la fine della minaccia con la cancellazione di interi popoli.

La strategia israeliana non conosce alternative perché non immagina un futuro oltre la forza. Ogni volta che fallisce la “decapitazione”, l’eliminazione di un leader o di un apparato, si passa alla distruzione totale. Così l’azione di difesa diventa rituale di morte, un copione ripetuto da decenni, privo di visione politica o diplomatica. Israele combatte non per vincere, ma per durare nella guerra stessa, come se l’esistenza del nemico fosse necessaria a giustificare la propria.

Chi osserva da fuori riconosce un pattern tragico: la guerra infinita come stato permanente, la pace come minaccia all’identità nazionale. E mentre Gaza, Beirut o Teheran diventano bersagli intercambiabili, resta una sola certezza: Israele non sa più immaginare la vita, solo la sua negazione.

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