In Medio Oriente la logica della “guerra preventiva” è diventata una spirale che si autoalimenta.
Israele dopo aver spinto gli Stati Uniti a un attacco contro l’Iran con la promessa di un conflitto rapido sembra ripetere la stessa sceneggiatura già vista a Gaza o in Libano: un’operazione mirata che degenera in distruzione totale. L’attentato contro Khamenei, come quello contro i leader di Hamas, viene presentato come l’inizio di un’era di sicurezza, ma si traduce in una guerra senza fine.
Ogni volta la narrativa è la stessa: eliminare un’organizzazione nemica, colpire le “forze del male”, ristabilire la deterrenza. In realtà, il risultato è l’opposto: più morti civili, più odio, più vulnerabilità. Israele afferma di difendersi da chi minaccia di annientarla, ma è lei stessa a produrre annientamento, a costruire la propria sicurezza sul genocidio ricorrente dell’altro. Un modello politico e militare che confonde la fine della minaccia con la cancellazione di interi popoli.
La strategia israeliana non conosce alternative perché non immagina un futuro oltre la forza. Ogni volta che fallisce la “decapitazione”, l’eliminazione di un leader o di un apparato, si passa alla distruzione totale. Così l’azione di difesa diventa rituale di morte, un copione ripetuto da decenni, privo di visione politica o diplomatica. Israele combatte non per vincere, ma per durare nella guerra stessa, come se l’esistenza del nemico fosse necessaria a giustificare la propria.
Chi osserva da fuori riconosce un pattern tragico: la guerra infinita come stato permanente, la pace come minaccia all’identità nazionale. E mentre Gaza, Beirut o Teheran diventano bersagli intercambiabili, resta una sola certezza: Israele non sa più immaginare la vita, solo la sua negazione.

