Tutto è cominciato venerdì mattina, a un posto di blocco nel quartiere di Farsh al Hawa; una sparatoria, due soldati israeliani uccisi, i due assalitori palestinesi uccisi a loro volta. Da quel momento Hebron si è chiusa come una morsa. L’esercito ha sbarrato tutti gli ingressi della città, ha avviato la demolizione di decine di edifici e ha trasformato alcune case palestinesi in avamposti e caserme. Circa 2.500 persone sono state costrette ad andarsene; almeno 47 sono state arrestate, secondo l’Associazione dei prigionieri palestinesi. Nel quartiere di Ein Deir Bahha i soldati sono entrati di notte, e decine di famiglie sono fuggite senza portare nulla con sé. Il municipio parla di quasi 500 nuclei sradicati, su un’area di 35 ettari. Il ricercatore per i diritti umani Hesham al Sharbati descrive lo sgombero sistematico di un intero quartiere residenziale, che considera «una forma di pulizia etnica» e una punizione collettiva equiparabile a un crimine di guerra; il consigliere comunale Moamar al Awiwi vi legge l’ultimo anello di una lunga catena di misure pensate per spingere fuori la popolazione. Le organizzazioni umanitarie, intanto, evocano un precedente preciso. A gennaio 2025, l’operazione «Muro di ferro» nei campi profughi di Jenin e Nur Shams aveva svuotato le case di oltre 30.000 persone e distrutto più della metà degli edifici.

Il cuore economico che smette di battere
Hebron non è una città qualsiasi. Da qui esce circa il 40 per cento della produzione industriale palestinese e quasi un terzo delle esportazioni; ed è qui, allo stesso tempo, che si concentra la più alta densità di ostacoli militari della Cisgiordania, con circa quattro posti di blocco principali su dieci. La chiusura colpisce indirettamente quasi 900.000 persone, in un’economia già stremata dalla guerra a Gaza e dalle incursioni di esercito e coloni. L’economista Ahmed Abu Qamar spiega che ogni restrizione imposta a Hebron si propaga all’intera Cisgiordania, perché la città regge una parte decisiva della base industriale e commerciale palestinese. Quando i rifornimenti arrivano a fatica, i costi di produzione salgono; le consegne saltano, i contratti si incrinano. Molte aziende, prevede, dovranno ridurre l’orario al minimo o fermarsi del tutto. Nelle fabbriche della periferia, dunque, il blocco militare si misura in turni cancellati e magazzini pieni di merce che non può partire.
Cancelli nella città vecchia
Dentro Hebron, poi, c’è un’altra città. Il protocollo del 1997 l’ha divisa in due zone; H1, in teoria sotto controllo civile palestinese, e H2, un quinto del territorio, sotto pieno controllo militare israeliano, dove 7.000 palestinesi convivono con alcune centinaia di coloni insediati nel centro storico. Le aree interdette attorno agli insediamenti, illegali per il diritto internazionale, si allargano di anno in anno. A inizio ottobre sono comparsi tre cancelli di ferro lungo appena duecento metri della città vecchia, a tagliare le antiche arterie commerciali; in via Shuhada oltre 500 negozi hanno abbassato le saracinesche per sempre. D’inverno, per evitare blocchi e perquisizioni, molti abitanti attraversano al buio i cimiteri. Al centro di tutto c’è la moschea di Ibrahim, che gli ebrei chiamano Tomba dei Patriarchi, nel cuore di un centro storico protetto dall’UNESCO. Nel 1994 un colono israelo americano vi aprì il fuoco durante la preghiera, uccidendo 29 fedeli; da allora il luogo è diviso e l’accesso ai quartieri vicini severamente limitato. Ora il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha avocato a sé i poteri urbanistici sulla moschea e sull’intera zona H2, sottraendoli al municipio palestinese, e ha rivendicato di aver cancellato parti essenziali dell’accordo del 1997. Un gesto che, più di ogni cancello, ridisegna il futuro della città.

