La costa del Sahara Occidentale, lambita dal vento oceanico, è da anni teatro di un conflitto invisibile tra la memoria e il progresso, tra le case dei Saharawi e i progetti infrastrutturali che avanzano senza chiedere permesso. Nelle ultime settimane, otto esperti delle Nazioni Unite hanno lanciato un appello pubblico: il Marocco deve fermare la demolizione delle case dei Saharawi, offrire adeguate compensazioni e garantire che le famiglie sfrattate abbiano accesso a rimedi legali. Il tutto mentre il Regno continua a sviluppare progetti di energia verde, turismo e infrastrutture lungo la costa occupata, senza il consenso della popolazione locale1.
Le testimonianze raccolte dagli esperti dell’ONU sono agghiaccianti: bulldozer che abbattono case, forze di polizia che intimano l’abbandono delle abitazioni, spesso accompagnate da minacce e violenze. In alcuni casi, le case vengono addirittura date alle fiamme davanti agli occhi impotenti dei proprietari, che vedono bruciare non solo le proprie cose, ma anche la memoria di una vita. È accaduto a Lamside, Agte Baba Ali, Boulemaayrdat e Foum El Oued: ovunque, le famiglie sahrawi sono state costrette a lasciare le proprie case, spesso senza alcun preavviso. Centinaia di persone sono state sfrattate, ma pochi hanno il coraggio di parlare pubblicamente, per paura di rappresaglie da parte delle autorità o delle aziende coinvolte nei progetti1.
Tra le storie raccolte, quella di Dah Mustapha è emblematica: la sua casa è stata bruciata dalle forze ausiliarie marocchine mentre lui era assente, senza alcun avvertimento. El Fakir Bombi, invece, è stato minacciato di veder distruggere tutto se non avesse immediatamente lasciato la sua casa e rimosso i propri beni. Al suo rifiuto, la polizia ha dato fuoco all’abitazione, costringendolo a salvare la propria auto mentre le fiamme consumavano il resto delle sue cose. Stessa sorte per Saïd Haddad e Mohamed Laghrid, che hanno visto le proprie case ridotte in cenere senza poter nemmeno recuperare i materiali di costruzione, negati loro dalle autorità che hanno agito con una freddezza disarmante1.
Non mancano le intimidazioni e le minacce contro chi prova a resistere o a denunciare pubblicamente questi abusi. Salma Lekhlifi e la sua famiglia hanno subito la confisca di parte della loro casa e ora rischiano di perdere anche il resto del terreno, destinato a nuove abitazioni per coloni marocchini. La famiglia ha denunciato abusi, intimidazioni e minacce di morte, ma la paura di ritorsioni è così forte che molti preferiscono tacere. Il silenzio, però, non ferma la violenza: il ciclo di repressione, discriminazione e violenza contro i difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti sahrawi continua senza sosta1.
Gli esperti dell’ONU hanno analizzato 79 casi di violazioni, rilevando una campagna sistematica di repressione, discriminazione razziale e violenza contro chi difende l’autodeterminazione del popolo sahrawi. Il Marocco, dal canto suo, nega le accuse, sostenendo che si tratta di una strumentalizzazione politica delle procedure ONU. Ma la realtà raccontata dalle vittime e documentata dalle organizzazioni internazionali è ben diversa: la situazione peggiora di giorno in giorno, mentre l’ONU viene sistematicamente esclusa dal territorio e la protezione dei diritti umani resta una chimera1.
Sulle spiagge di Boulemaayrdat, dove per decenni le famiglie sahrawi hanno trascorso le vacanze estive, oggi restano solo macerie e ricordi bruciati. Il diritto alla casa, alla memoria, alla terra: tutto viene cancellato in nome del progresso e del profitto, mentre il popolo sahrawi continua a resistere, invisibile agli occhi del mondo, ma mai domo nella difesa della propria identità.

