Gli israeliani tornano a votare in un’elezione che loro stessi definiscono tra le più importanti della loro storia, la prima dopo il 7 ottobre 2023, la prima da quando l’apartheid è divenuto sistematico genocidio contro i palestinesi di Gaza e dopo un conflitto allargato che ha portato Israele a colpire Iran, Libano, Yemen, Siria e Qatar. Sul palco, ancora una volta, c’è Benjamin Netanyahu. Il premier più longevo del Paese, alla guida della coalizione più a destra mai vista (ultranazionalisti di estrema destra e partiti ebrei ultraortodossi), cerca di prolungare il proprio mandato. Ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra a Gaza, imputato in un lungo processo per corruzione, combatte per la sopravvivenza politica contro un’opposizione che si proclama sionista e che, nei fatti, ha abbracciato anch’essa un approccio di destra. Se vincerà l’opposizione, vincerà anche il compromesso, ma l’ombra di Netanyahu continuerà a incombere. Se vincerà Netanyahu, il suo campo lo leggerà come l’ennesimo mandato messianico a governare. In ogni caso sarà un processo; o la distruzione che prosegue, o un improbabile ritorno a un, per l’Occidente, tritorno all’apartheid e a un lento genocidio da non farlo sembrar tale.
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Una deriva che viene da lontano
Lo spostamento a destra non è cominciato con il governo nato nel 2022, né con l’ondata emotiva seguita al 7 ottobre. Il crollo del processo di pace e le ripetute crisi di sicurezza hanno eroso, decennio dopo decennio, il centro e la sinistra; fino alla legge sullo Stato nazione del 2018, che ha sancito formalmente la supremazia ebraica, e all’espansione violenta delle colonie illegali nei territori occupati. Ma con l’ultimo esecutivo, concordano gli analisti, la corsa ha accelerato. Il tentativo di togliere alla Corte suprema il controllo sugli atti del governo; le sentenze ignorate sulla leva degli ultraortodossi; la presenza di Itamar Ben Gvir alla Sicurezza nazionale e di Bezalel Smotrich alle Finanze, che hanno sostenuto la riforma giudiziaria e coperto la violenza dei coloni in Cisgiordania. Intanto, a Gaza, nonostante una «tregua» che dura da un anno, si continua a morire quasi ogni giorno.
Cambiare clima, non direzione
Se Netanyahu perdesse, e magari Gadi Eisenkot diventasse primo ministro, cambierebbe anzitutto l’atmosfera. Lo sostiene Ahron Bregman, analista del King’s College di Londra, che descrive un leader capace di spaccare il Paese; c’è chi lo venera come un dio, c’è chi lo odia profondamente. Un successore, spiega, riporterebbe calma e rispetto delle regole. Per Yossi Mekelberg, di Chatham House, la posta è ancora più alta; si tratta di scegliere tra una democrazia funzionante e una democrazia soltanto di nome, tra il mantenimento dell’occupazione e l’annessione della Cisgiordania, con quella «migrazione volontaria» dei palestinesi evocata da alcuni ministri. Eppure Bregman invita a non illudersi. «Israele, soprattutto dopo il 7 ottobre, ha virato bruscamente a destra», ricorda, «e qualsiasi nuovo governo rifletterà questa realtà».
Quello che non è sulla scheda
Sulla scheda non c’è la politica estera e di sicurezza che ha accompagnato oltre 74.000 morti a Gaza, la violenza in Cisgiordania e una guerra all’Iran che ha strozzato le rotte energetiche e scosso i mercati. Nessun candidato di peso parla di includere i partiti arabi, voce dei cittadini palestinesi, un quinto della popolazione; Ra’am e la Lista Comune vengono nominati solo per screditare gli avversari. Gli ultraortodossi, invece, resteranno benvenuti in qualunque coalizione. Per il sociologo Yehouda Shenhav Shahrabani il sistema politico israeliano opera dentro «la cornice razzista della supremazia ebraica», e la vera linea di frattura non passa tra democratici e antidemocratici, ma tra ebrei e palestinesi. Gli sfidanti hanno parlato di competenza, di tempi, di responsabilità per i fallimenti del 7 ottobre; mai del trattamento riservato ai palestinesi. Daniel Levy, ex consigliere del governo, lo dice senza giri di parole. Perché il voto fosse un referendum sul genocidio servirebbe qualcuno disposto a definirlo un male; e su questo, tra i partiti sionisti, regna il consenso.

