Chi brindava alla fine di Netanyahu farebbe bene a riporre i calici. Gli exit poll, pur divergendo, consegnano una Knesset senza maggioranza; né il blocco del premier né quello guidato da Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore a lungo dato in vantaggio, sembrano in grado di raggiungere i 61 seggi necessari per governare. Netanyahu non ha vinto. Ma non ha perso. E nello stallo, mentre il presidente Herzog avvia le consultazioni per affidare l’incarico, lui resta in sella alla guida di un governo di transizione che conserva intatti i poteri di guerra, con il fronte iraniano soltanto in pausa. È la sua specialità. L’uomo che dopo il 7 ottobre sembrava finito risorge ancora una volta, come un’araba fenice, dalle ceneri dell’ingovernabilità; lui, imputato per corruzione nel suo paese, colpito da un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra, alla testa di un governo chiamato a rispondere di genocidio davanti alla giustizia internazionale.
Ben Gvir, sconfitto ma indispensabile
Non ha sfondato, invece, Itamar Ben Gvir. Otzma Yehudit, Potere ebraico, sognava la doppia cifra e si ferma ai sei seggi che già aveva; molti di quelli che lo applaudivano nelle piazze, nell’urna hanno scelto il voto utile per il Likud. Eppure il ministro della Sicurezza nazionale resta decisivo, perché senza di lui la destra non ha alcuna speranza di arrivare a 61. Il suo profilo è noto. Condannato nel 2007 per incitamento al razzismo e sostegno a un’organizzazione terroristica, per anni ha tenuto in salotto il ritratto di Baruch Goldstein, il colono che nel 1994 uccise 29 palestinesi in preghiera a Hebron; vive a Kiryat Arba, l’insediamento a ridosso di quella città, enclave di un sionismo messianico che sogna l’annessione della Cisgiordania. La sua campagna è stata un catalogo di violenza, tra pena di morte, carcere duro e guerra totale ai palestinesi. I suoi seguaci, spesso minorenni con la kippah e le fogge dei «giovani delle colline», portano al bavero una spilla a forma di cappio.
Il voto arabo, forte ma diviso
La vera notizia arriva dalle città arabe. Secondo i risultati parziali, le formazioni arabe sfiorano i 19 seggi e la Joint List guidata da Yousef Jabareen ne conquisterebbe 13 da sola. Pesano l’affluenza, la rabbia per un’ondata di omicidi che le istituzioni lasciano impuniti, tre anni di umiliazioni sotto un governo che ha trattato i cittadini arabi, un quinto della popolazione, come nemici interni. «Il governo ha reso miserabile la vita di ogni cittadino arabo», ha detto Jabareen, pronto a spianare la strada per mandare a casa Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Arab Lives Matter, verrebbe da dire. Ma gli arabi non parlano con una sola voce. Accanto all’alleanza tra Hadash, Balad e Ta’al corre da sola Ra’am di Mansour Abbas, formazione islamista conservatrice e integrazionista, che nel 2021 entrò nel governo di Bennett e Lapid e che si lascia margini più ampi per trattare con chiunque provi a formare una coalizione. Due liste divise, insomma. E proprio in quella crepa Netanyahu potrebbe trovare, ancora una volta, lo spazio per infilarsi.

