Martedì mattina, a Sakhnin, a Tayibe, nei villaggi beduini del Negev, davanti alle scuole trasformate in seggi c’erano file che non si vedevano da anni. Uomini anziani accompagnati dai nipoti, donne che si passavano la voce di casa in casa, attivisti con le liste degli indirizzi da raggiungere prima della chiusura. Una scena ordinaria, in qualunque democrazia. In invece un allarme. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha diffuso un video in cui sosteneva che gli elettori arabi del sud stessero correndo alle urne per sottrargli la vittoria, e ha avvertito i suoi che senza una forte mobilitazione della destra il Paese si sarebbe ritrovato con un governo dei partiti arabi. Non è stato il solo. Il partito Sionismo Religioso ha fatto sapere che il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva sospeso la campagna del giorno elettorale per convocare una riunione d’emergenza sull’affluenza araba, giudicata insolitamente alta. Nelle stesse ore il Likud chiedeva di prolungare l’apertura dei seggi. L’affluenza di una minoranza, insomma, trattata come un’emergenza nazionale.
Dal seggio ai servizi segreti
Due giorni dopo la storia ha cambiato registro. Lo Shin Bet indaga sul sospetto che entità straniere, forse Qatar e Turchia, abbiano fatto arrivare denaro in Israele per spingere il voto nelle comunità arabe. L’indagine nasce da una direttiva del presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice della Corte suprema Noam Sohlberg. I canali televisivi parlano di cambiavalute e istituzioni locali, di rotte già usate in passato per finanziare il terrorismo con la benedizione di Netanyahu secondo alcune indagini.
Eppure, a leggere con attenzione, il quadro è assai meno netto di quanto suggeriscano i titoli. Lo stesso Sohlberg, nella sua lettera, definisce gravi i sospetti ma ammette di non poterne valutare il fondamento. Chiede prove che li confermino o li smentiscano, e non nomina né Paesi né partiti. Il capo dello Shin Bet, David Zini, martedì aveva definito il voto sicuro e ben sorvegliato. La polizia, dal canto suo, ha respinto la tesi del Likud di un’elezione «rubata», spiegando di non disporre di alcun riscontro investigativo o d’intelligence a sostegno di quelle accuse.
Il sospetto come metodo
C’è un’inchiesta separata, reale, che merita di fare il suo corso; quella sui presunti pagamenti in cambio di voti per Ra’am, con sette arresti in tutto e il ritrovamento di contanti e schede del partito. Chi ha comprato voti va perseguito, chiunque sia. Ma la polizia non ha indicato alcun legame tra quel caso e i presunti fondi esteri, e il Jerusalem Post ricorda un principio elementare che nel dibattito di questi giorni sembra smarrito; incoraggiare la partecipazione al voto non è, di per sé, corruzione elettorale.
Il punto è proprio questo. Nella narrazione che il Likud ha costruito in quarantotto ore, l’affluenza araba non può essere spontanea ma deve essere comprata, organizzata da fuori, pilotata da Doha o da Ankara. È un rovesciamento dell’onere della prova che colpisce non un candidato o una lista, ma un quinto dei cittadini dello Stato. Come se un arabo israeliano non avesse ragioni proprie per entrare in una cabina elettorale.
Le ragioni di una fila
Le ragioni, invece, ci sono, e sono scritte nei bollettini di cronaca nera. Nel 2025 sono stati uccisi 252 arabi israeliani in 218 episodi di violenza e criminalità, contro i 230 omicidi del 2024; l’anno più sanguinoso mai registrato. La polizia ha risolto appena il 15 per cento degli omicidi nella comunità palestinese, contro il 65 per cento di quelli tra gli ebrei israeliani. Davanti a una commissione parlamentare, gli stessi rappresentanti delle forze dell’ordine hanno ammesso almeno 241 omicidi nella comunità araba nel 2025, a fronte di 47 nella popolazione ebraica. A gennaio il commissario di polizia Daniel Levi ha dichiarato la criminalità nella comunità araba un’emergenza nazionale.
È da qui che nasce la mobilitazione. Da mesi di cortei, scioperi generali, fontane tinte di rosso; il 22 gennaio i leader dei quattro partiti arabi hanno firmato un accordo per far rivivere la Lista Unita, riuniti a Sakhnin durante lo sciopero, e l’82 per cento degli arabi israeliani sosteneva una lista unitaria. Una comunità che rappresenta circa il 21 per cento della popolazione ma storicamente vota meno ha deciso che la scheda era l’ultimo strumento rimasto per farsi ascoltare. Aggiungiamo la legge sullo Stato nazione del 2018, che ha ridotto l’arabo da lingua ufficiale a lingua dallo «status speciale», e la sensazione diffusa di essere cittadini a metà. Chi cerca il denaro qatarino per spiegare quella fila dovrebbe prima contare i funerali.
Le parole che pesano
Le reazioni politiche dicono molto. Il Likud ha già chiesto che nessun partito sionista collabori con Ra’am o con la Lista Unita per eleggere il presidente della Knesset o formare un governo, sostenendo che i voti siano stati comprati. Il leader di Balad, Sami Abu Shehadeh, ha parlato di una calunnia razzista, accusando Netanyahu di preparare il terreno per rifiutare il risultato. Dall’opposizione ebraica, Yair Golan ha chiesto indagini serie sui sospetti fondati, ma ha accusato il premier di voler delegittimare la scelta degli elettori, arabi in particolare; la deputata Naama Lazimi è arrivata a evocare l’assalto al Campidoglio americano del 6 gennaio. Paragone forte, forse eccessivo; ma il fatto che venga in mente è già un indizio del clima.

