L’eurodeputata franco-palestinese Rima Hassan si è ritrovata al centro di una bufera giudiziaria e mediatica senza precedenti. Dopo una notte in garde à vue (custodia cautelare di polizia) giovedì 2 aprile con l’accusa di “apologia del terrorismo”, legata a un tweet in cui faceva riferimento a Kōzō Okamoto, uno degli autori dell’attentato del 1972 all’aeroporto di Tel Aviv, è stata nuovamente convocata il giorno seguente per un’audizione sullo stesso capo d’accusa. Ne è uscita libera con un rinvio a giudizio fissato per il 7 luglio, con il sorriso di chi sa di non aver nulla da nascondere e tutto da combattere. «Rima esce dalla garde à vue più determinata di prima», hanno fatto sapere i suoi collaboratori. «Non si fermerà. Non si è mai fermata.» Il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha difeso la decisione di segnalare il post alla giustizia, affermando che «l’azione politica deve restare nei limiti dello Stato di diritto» e che non vi è «nessun accanimento», parole che suonano come una conferma involontaria di quanto il potere tema la sua voce.
La droga (legale) come arma mediatica
A inasprire il caso, la diffusione da parte del quotidiano Le Parisien, poi ripresa da tutta la stampa, della notizia del ritrovamento di sostanze nei suoi effetti personali: inizialmente descritto come cannabis, si è poi trattato di CBD, sostanza legale in Francia come in Italia. Hassan ha fermamente smentito qualsiasi possesso di droga, e la sua parola è stata immediatamente raccolta da chi la conosce. «Rima non aveva nel suo sac che del CBD, legale e comune per milioni di francesi», ha dichiarato la deputata Clémence Guetté, denunciando «una campagna organizzata, pianificata e meticolosamente dispiegata per infangarla». Il coordinatore nazionale di La France Insoumise, Manuel Bompard, ha parlato di «fughe illegali dalla polizia» e annunciato un esposto all’Arcom contro i media che hanno rilancio le informazioni senza verifiche, chiedendo pubbliche scuse «sui plateaux televisivi dove Rima Hassan è stata calunniata». Solidarietà è arrivata anche dall’Italia: Potere al Popolo ha espresso pieno sostegno, parlando di «fermo preventivo con motivazione politica» contro una delle voci più coerenti nella difesa del popolo palestinese
Sinistra divisa, estrema destra all’attacco
Jean-Luc Mélenchon ha tuonato contro quella che ha definito una «polizia politica», ricordando che «la polizia lascia fare agguati a Lione e i giudici tollerano centinaia di messaggi razzisti e neonazisti, ma un’eurodeputata finisce in garde à vue per un prodotto legale». Le capogruppo Mathilde Panot e Manon Aubry hanno denunciato la violazione dell’immunità parlamentare, ricordando che Hassan si è sempre presentata a ogni convocazione — nessuna fuga, nessuna reticenza, solo la statura di chi non ha paura. Il deputato Benjamin Lucas di Génération.s ha parlato di «accanimento che non ha nulla a che vedere con la giustizia», mentre il suo movimento ha denunciato «una campagna violenta, diffamatoria e sproporzionata che interroga sul trattamento riservato a chi alza la voce per difendere il popolo palestinese». L’estrema destra, prevedibilmente, non ha perso l’occasione: il portavoce del RN Laurent Jacobelli ha ironizzato sul caso, confermando — suo malgrado — che Rima Hassan è oggi uno degli obiettivi più temuti da chi vuole silenziare il dibattito sulla Palestina in Europa. Una vicenda che rivela, con brutale chiarezza, quanto la voce di chi difende Gaza sia diventata un campo di battaglia politico. E quanto quella voce sia, nonostante tutto, impossibile da fermare.

