Dalle tende di Madrid ai cortei studenteschi francesi, fino alle università del Belgio, la bandiera palestinese e la kefiah sono ormai presenze abituali nelle manifestazioni europee su casa, istruzione e caro vita. A Puerta del Sol, dove a fine settembre è nato un accampamento contro la crisi abitativa, il vessillo sventolava sopra le tende; a Marsiglia, il 26 ottobre, ha accompagnato la marcia silenziosa per le vittime dell’attacco razzista di Trappes. Simboli palestinesi sono comparsi persino in Irlanda del Nord. Per Kenny Pierre Agboton, della piattaforma Free University of Brussels for Palestine, quella bandiera richiama le lotte anticoloniali e contro la repressione; la questione palestinese, sostiene, è diventata il crocevia di ogni battaglia nell’Europa occidentale, dal clima ai diritti. La sua associazione, in contatto con gruppi di altri atenei belgi, ne consegna di solito una a ciascuna realtà durante i cortei nazionali.
Dalle scuole francesi al Parlamento europeo
In Francia la protesta è partita dalle carenze della scuola. Liceali sostenuti da universitari, insegnanti, sindacati e da una parte della politica chiedono un’istruzione più accessibile e di qualità, edifici rinnovati, classi meno affollate e più docenti; il 3 novembre, a Parigi, una manifestazione vietata si è chiusa con un confronto con la polizia. Alice Cohen-Morzadec, portavoce del sindacato studentesco, vede nella bandiera il segno delle sofferenze quotidiane di Gaza e della Cisgiordania e di disuguaglianze più ampie; la mobilitazione, dice, riguarda «un sistema globale che organizza attacchi ai nostri diritti». Alcuni politici approvano. L’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Mario Furore si chiede cosa ci sia di scandaloso in un cittadino che scende in piazza con quel vessillo, mentre il governo israeliano è accusato di genocidio; dal 7 ottobre 2023, ricorda, le operazioni israeliane hanno provocato decine di migliaia di morti, quasi 80mila secondo alcune stime. Del resto la kefiah ha una lunga storia politica. La indossò Nelson Mandela ad Algeri nel 1990 e, per pochi istanti, José Luis Rodríguez Zapatero nel 2006.
Le voci contrarie, dall’Albania alla Cisgiordania
Non ovunque, però, il messaggio attecchisce. In Albania, dove da quattro mesi si protesta contro la corruzione, lo scrittore Fatos Lubonja, diciassette anni nelle carceri del regime comunista, è tra i pochi ad aver portato la bandiera palestinese. Molti, spiega, associano quella causa all’Islam e dunque al passato ottomano; l’identità nazionale si è costruita sul ritorno all’Europa e sulla NATO, e l’essere filoamericani si traduce spesso nell’essere filoisraeliani. Perplessità arrivano anche dal mondo palestinese. Il ricercatore Waddah Abu Jamea, sulla rivista Al Majalla, ha scritto che il significato originario della bandiera rischia di dissolversi in un groviglio di cause diverse, mentre la vicenda dei palestinesi scivola sullo sfondo, quel simbolo sventola a Parigi, osserva, mentre in Cisgiordania a chi lo porta è negata la libertà di protestare. Più diretta Janine di Giovanni, giornalista a capo di The Reckoning Project, che il 18 ottobre, proprio dalla Cisgiordania, ha chiesto con garbo agli studenti francesi di non legare la loro lotta alla Palestina; le due battaglie non coincidono, e confonderle offre a chi le fraintende un pretesto per liquidarle entrambe.

