Amnesty International ha lanciato un allarme severo: secondo l’organizzazione per i diritti umani, le autorità israeliane continuano a perpetrate un genocidio nella Striscia di Gaza, nonostante la tregua dichiarata, tramite nuovi attacchi e il blocco degli aiuti essenziali. La denuncia arriva giovedì 27 novembre 2025 e si inserisce in un contesto di violazioni ripetute degli accordi di cessate il fuoco, con oltre 500 infrazioni in sette settimane, secondo fonti di difesa civile di Gaza. La guerra ha già causato quasi 70.000 vittime palestinesi e il quadro descritto da Amnesty e da altri osservatori internazionali appare oggi drammatico.
Secondo la segretaria generale di Amnesty International Agnès Callamard, “non ci sono indicazioni che Israele stia prendendo misure serie per invertire l’impatto mortale dei suoi crimini, né prove che la sua intenzione sia cambiata”. Callamard aggiunge che le autorità israeliane continuano politiche spietate quali la restrizione dell’accesso agli aiuti umanitari e ai servizi essenziali, imponendo condizioni calcolate per distruggere fisicamente la popolazione palestinese di Gaza.
Violazioni della tregua e nuovi attacchi
Le forze israeliane nelle ultime ore hanno effettuato nuovi bombardamenti nel sud e nel centro di Gaza, inclusi territori oltre la cosiddetta “linea gialla”, dove dovrebbero mantenere il disimpegno secondo gli accordi di tregua ripetutamente violati. Tra le zone colpite figurano il campo profughi di Bureij e l’area orientale di Khan Younis. Questi raid si sommano alle centinaia di attacchi che, secondo le difese civili di Gaza, rappresentano “violazioni sfacciate” della fragile tregua. Parallelamente, l’esercito israeliano ha condotto nuovi raid e arresti nella Cisgiordania occupata, colpendo le aree di Qalqilya, Tubas, Hebron, Tulkarem e Nablus.
Durante un’incursione a Tubas, le forze israeliane hanno effettuato interrogatori sul posto e malmenato almeno 25 persone che hanno poi necessitato di cure mediche, secondo un responsabile locale della Mezzaluna Rossa palestinese citato dall’agenzia Wafa. Questi episodi sono parte di una strategia più ampia di repressione e controllo che accentua la crisi umanitaria in corso.
Lo scambio di prigionieri e il futuro della tregua
La prima fase della tregua ha visto, nelle ultime 24 ore, il trasferimento da parte di Israele dei corpi di 15 prigionieri palestinesi alle autorità di Gaza, subito dopo che Hamas e la Jihad Islamica Palestinese hanno consegnato il corpo di un altro ostaggio israeliano. Le fazioni armate palestinesi hanno ormai rilasciato tutti gli ostaggi vivi e restituito i resti di 26 dei 28 ostaggi previsti dall’accordo. Secondo un portavoce di Hamas Hazem Qassem l’ultima consegna dimostra “l’impegno costante a completare il processo di scambio nonostante le difficoltà”.
Da parte israeliana, sono quasi 2.000 i prigionieri palestinesi liberati, insieme ai resti di 345 detenuti, molti dei quali — secondo fonti palestinesi — presentavano segni di tortura, mutilazione ed esecuzione. Questi scambi rappresentano snodi cruciali nel processo di negoziazione, ma non risolvono un quadro generale di violazioni e sofferenze.
Difficoltà persistenti e negoziati per la fase due
Il mantenimento della tregua è minacciato dalla situazione di decine di combattenti di Hamas ancora intrappolati nei tunnel a sud di Gaza, nel territorio occupato oltre la linea gialla. Israele dichiara di averne uccisi 20 nell’ultima settimana. Hamas ha chiesto ai mediatori internazionali — tra cui Turchia, Qatar ed Egitto — di premere su Israele affinché permetta a questi uomini il rientro in sicurezza. L’organizzazione accusa Israele di violare la tregua prendendoli di mira mentre sono “assediati nei tunnel di Rafah” e dichiara in un comunicato ufficiale: “Riteniamo Israele pienamente responsabile della vita dei nostri combattenti e chiediamo ai nostri mediatori di intervenire immediatamente affinché i nostri figli possano tornare a casa.”
Nel frattempo, si discutono le condizioni per passare alla seconda fase della tregua, che dovrebbe includere il dispiegamento di una forza internazionale armata di stabilizzazione, con il compito di smilitarizzare Gaza e garantire la gestione temporanea del territorio da parte di un organismo internazionale per sovrintendere alla ricostruzione. Tuttavia, rimangono dubbi su molte parti del piano e sulla reale volontà di Israele di portarlo a termine.
Muhammad Shehada, visiting fellow presso il programma Medio Oriente e Nord Africa del European Council on Foreign Relations, commenta ad Al Jazeera: “Fino a questo momento, Israele non ha rinunciato al suo progetto di pulizia etnica a Gaza. O la Striscia resta perennemente un campo profughi in rovine, invivibile e non abitabile — mantenendo condizioni che portano al collasso della vita — oppure Hamas reagisce e Israele usa la scusa per riprendere il genocidio.”
L’appello
Amnesty International invita la comunità globale a non lasciarsi ingannare da una tregua che rischia di diventare una cortina fumogena per un genocidio ancora in corso, e a continuare a esercitare pressione su Israele affinché rispetti il diritto internazionale, permetta l’accesso agli aiuti umanitari senza restrizioni, revochi il blocco illegale e ponga fine alle violenze.
“La comunità internazionale non può permettersi di essere compiacente: gli Stati devono mantenere la pressione su Israele affinché consenta l’accesso agli aiuti, elimini il blocco illegale e metta fine al genocidio in corso.”, sottolinea Agnès Callamard.
Il quadro attuale è quello di una crisi profonda, dove le speranze di pace e di solidità della tregua si intrecciano con le notizie di nuovi raid, arresti, scambi di prigionieri e progetti di stabilizzazione internazionale ancora incerti. Mentre la popolazione di Gaza lotta ogni giorno per la sopravvivenza, la comunità internazionale è chiamata a mantenere alta l’attenzione sul rispetto dei diritti umani e sulla necessità di una soluzione giusta e duratura.

