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15 January 2026

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[Gaza] Breve ascesa e repentina caduta di Yasser Abu Shabab, leader di una milizia foraggiata da Israele

L’ascesa e la repentina caduta di Yasser Abu Shabab rappresentano l’emblema di una specifica strategia militare e politica israeliana nella Striscia di Gaza: il tentativo di creare una forza per procura per gestire l’occupazione senza pagarne il prezzo politico diretto. Nato a Rafah, Abu Shabab aveva assunto dal 10 maggio 2025 il comando delle cosiddette “Forze Popolari”, una milizia ausiliaria operante sotto l’egida e la protezione delle forze israeliane. La funzione operativa di questo gruppo, documentata anche dalle Brigate Al-Qassam attraverso filmati diffusi il 30 maggio, era duplice e cinica: fungere da “carne da cannone” per ispezionare edifici potenzialmente trappolati prima dell’ingresso dei soldati regolari israeliani e, parallelamente, gestire il controllo del territorio attraverso la predazione. La posizione strategica delle sue truppe, schierate a est di Rafah vicino al valico di Kerem Shalom e a ovest presso i punti di distribuzione della “meccanismo USA-Israele”, non era casuale. Come denunciato da Jonathan Whittall dell’Ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari, questa milizia era responsabile del “vero furto degli aiuti”, un saccheggio sistematico che avveniva “sotto gli occhi delle forze israeliane”. Questa dinamica trasformava la milizia di Abu Shabab in uno strumento essenziale per quella che molti osservatori definiscono l'”ingegneria della carestia”, permettendo a Tel Aviv di delegare il lavoro sporco del blocco umanitario a terzi, mantenendo una parvenza di distacco formale.

La fine di questo esperimento di governance collaborazionista è arrivata con l’annuncio della Radio dell’Esercito Israeliano riguardante la morte di Abu Shabab, trasferito d’urgenza all’ospedale Soroka di Be’er Sheva in condizioni critiche e deceduto poco dopo. La reazione israeliana all’evento tradisce l’imbarazzo e la fragilità del progetto: il primo ministro Netanyahu aveva confermato solo a giugno l’inizio delle forniture dirette di armi ed equipaggiamento a questo gruppo, nell’ottica di costituire un’alternativa di governo ad Hamas. Di fronte alla perdita del loro uomo di punta in una zona teoricamente blindata dalla sorveglianza hi-tech e dai droni israeliani, la narrazione ufficiale si è rifugiata nella tesi della “faida interna”. Fonti come Yedioth Ahronoth hanno suggerito che Abu Shabab sia stato ucciso non da un cecchino nemico, ma dai suoi stessi uomini, forse picchiato a morte o sparato durante un litigio familiare o di clan. Questa versione dei fatti, vera o costruita che sia, serve a preservare il mito dell’impenetrabilità della sicurezza israeliana: ammettere un’infiltrazione della resistenza in un’area così controllata sarebbe un colpo d’immagine devastante. Tuttavia, attribuire la morte a un “regolamento di conti” interno non fa che evidenziare l’instabilità intrinseca di affidarsi a bande criminali e mercenari privi di disciplina ideologica o politica.

Al di là della cronaca della sua morte, la vicenda di Abu Shabab interroga profondamente la sostenibilità della strategia israeliana del “day after”. L’uso di figure locali per frammentare la società palestinese — sfruttando le divisioni tribali e la disperazione causata dal genocidio e dalla fame — si è rivelato un boomerang. La tribù dei Tarabin, a cui Abu Shabab apparteneva, lo aveva già pubblicamente disconosciuto, segnando il rifiuto del tessuto sociale tradizionale di farsi strumentalizzare dall’occupante. La morte del leader miliziano è definita da fonti israeliane come un “cattivo sviluppo”, non tanto per la perdita dell’individuo, quanto per il messaggio che invia: Israele, intesa come “Stato funzionale” che cerca di ridurre i palestinesi a mere variabili di gestione, si scontra con una realtà sociale che rigetta il trapianto di organi estranei. Abu Shabab è stato vittima due volte: prima trasformato in uno strumento per risparmiare vite di soldati israeliani e affamare la sua gente, e poi eliminato dalle conseguenze stesse di quel ruolo. La sua fine non fermerà i tentativi di Israele di trovare nuovi collaboratori sfruttando la catastrofe umanitaria, ma serve da monito potente: le soluzioni artificiali imposte con la forza e la corruzione sono destinate a crollare sotto il peso delle contraddizioni sociali e della resistenza di un popolo che, anche nella devastazione, rifiuta di farsi governare da chi ha scelto di servire il proprio carnefice.

 

 

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