L’editoriale di Gideon Levy su Haaretz sostiene che per Gaza esista già un piano politico e militare preciso, non un vuoto strategico, ma una progressione che punta a distruggere le condizioni minime di vita della Striscia e a renderne più facile l’espulsione dei suoi abitanti. Levy lega questo processo alle dichiarazioni di Netanyahu e del ministro Katz, che secondo lui confermano l’avanzamento di una “soluzione” fondata su controllo territoriale, disgregazione sociale e migrazione forzata.
Nel suo ragionamento, il giornalista parte da un punto centrale: una società non può reggere senza insegnanti, medici, lavoratori sociali, tecnici e impiegati, e proprio la cancellazione di queste funzioni rende Gaza più vulnerabile e governabile dall’esterno. L’editoriale insiste sul fatto che la distruzione non colpisce Hamas ma l’intero tessuto civile, trasformando la vita quotidiana in un sistema di sopravvivenza senza istituzioni, servizi e prospettive. In questa lettura, la crisi umanitaria non è un effetto collaterale, ma uno strumento dentro un disegno più ampio.
L’articolo assume così il tono di un atto d’accusa contro la normalizzazione della violenza e contro la retorica che identifica Gaza con Hamas, definita da Levy una semplificazione utile alla propaganda. Il messaggio finale è netto, dietro le formule della sicurezza e della “lotta al terrorismo”, si profila una politica che rende la popolazione palestinese più esposta, più frammentata e più facilmente espellibile. Il risultato è un quadro duro e inquietante, in cui la guerra non appare solo come conflitto armato, ma come progetto di trasformazione forzata dello spazio e della società.

