Le ambizioni dei due alleati non coincidono. È quanto emerge dall’intervista rilasciata da Ali Vaez al quotidiano francese Libération. Trump ha sempre creduto di poter piegare l’Iran attraverso l’intimidazione — prima economica, con le sanzioni, poi militare — nella convinzione che una pressione crescente produca prima o poi la resa. «Il problema con questo tipo di approccio è che si crede sempre che un po’ più di pressione finirà per produrre il risultato che ci è sfuggito fino ad allora», dichiara Vaez al giornale parigino. Netanyahu persegue invece un obiettivo più radicale: smantellare la Repubblica islamica e trasformare l’Iran nell’ultimo tassello di un arco di Stati falliti che va da Gaza al Libano, dalla Siria all’Iraq fino allo Yemen. Vaez mette in guardia dalla miopia di questa visione: «È difficile per un piccolo Paese come Israele sperare di vivere in pace e prosperità in mezzo a un oceano di caos e miseria.» Sul piano interno iraniano, la situazione della popolazione è drammatica: con un’inflazione media del 25% negli ultimi quindici anni e una disoccupazione giovanile tra il 40 e il 50%, la guerra non ha fatto che aggravare una condizione già devastante.
Trump e Netanyahu: obiettivi divergenti
Le ambizioni dei due alleati non coincidono. Trump ha sempre creduto di poter piegare l’Iran attraverso l’intimidazione — prima economica, con le sanzioni, poi militare — nella convinzione che una pressione crescente produca prima o poi la resa. «Il problema con questo tipo di approccio è che si crede sempre che un po’ più di pressione finirà per produrre il risultato che ci è sfuggito fino ad allora», osserva Vaez. Netanyahu persegue invece un obiettivo più radicale: smantellare la Repubblica islamica e trasformare l’Iran nell’ultimo tassello di un arco di Stati falliti che va da Gaza al Libano, dalla Siria all’Iraq fino allo Yemen. Vaez mette in guardia dalla miopia di questa visione: «È difficile per un piccolo Paese come Israele sperare di vivere in pace e prosperità in mezzo a un oceano di caos e miseria.» Sul piano interno iraniano, la situazione della popolazione è drammatica: con un’inflazione media del 25% negli ultimi quindici anni e una disoccupazione giovanile tra il 40 e il 50%, la guerra non ha fatto che aggravare una condizione già devastante.
Una diplomazia ancora possibile
Prima dell’inizio del conflitto, a Ginevra erano in corso negoziati promettenti: l’Iran era disposto a congelare l’arricchimento dell’uranio per un periodo limitato e, per la prima volta dalla rivoluzione del 1979, a proporre un patto di non aggressione con gli Stati Uniti, formulato nei termini di una “coesistenza pacifica”. «Trump avrebbe potuto presentare questo come un successo inedito per un presidente americano, e sarebbe stato vero», sottolinea Vaez. Tutto è stato affossato dalla guerra. Oggi l’analista indica nello Stretto di Hormuz una possibile prima apertura diplomatica concreta, sul modello dell’Iniziativa cerealiera del Mar Nero varata dall’ONU e dalla Turchia nel 2022: un meccanismo che permetterebbe il transito di beni essenziali — fertilizzanti, alimenti, medicinali — genererebbe entrate per la ricostruzione e costruirebbe gradualmente fiducia tra le parti. «Da lì si potrebbe avanzare verso la risoluzione di questioni più complesse», conclude Vaez, convinto che solo passi piccoli e misurati possano aprire la strada a una soluzione più ampia e duratura per una regione sull’orlo del collasso.

