Il conflitto in Medio Oriente si allarga e l’Iran resta al centro della nuova escalation. Nella notte tra mercoledì e giovedì lo US Central Command ha annunciato di aver completato una «pesante ondata» di attacchi contro l’Iran, colpendo centri di comando militare, siti per missili e droni e installazioni di sorveglianza costiera, in risposta, secondo Washington, al lancio di missili balistici iraniani contro basi statunitensi in Giordania (tutti intercettati, secondo Central Command). La televisione di stato iraniana ha riferito di raid su un’abitazione a Qeshm, nel Golfo Persico, con squadre di soccorso al lavoro per due persone rimaste sotto le macerie; altri raid avrebbero colpito le province meridionali di Hormozgan e Khuzestan, cuore delle riserve petrolifere e delle raffinerie iraniane, tra cui Abadan, Bushehr, Kazerun e le isole di Qeshm e Kish. Il presidente Trump, dopo aver definito la sua intenzione di «colpire duramente» l’Iran, ha collegato la nuova fase militare anche all’attacco al largo dell’Egitto, segno di come la crisi si stia intrecciando su più fronti contemporaneamente.
Baghdad nel mirino; i raid congiunti americani e sauditi contro il PMF scuotono la politica irachena
In Iraq gli attacchi congiunti statunitensi e sauditi contro le sedi delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) hanno provocato, secondo un primo bilancio, almeno venti morti e trentadue feriti, oltre a cinque membri del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana uccisi nella provincia di Diyala. Il Consiglio di sicurezza nazionale iracheno, riunito sotto la guida del primo ministro Ali al Zaidi, ha condannato l’aggressione e ha deciso, per bocca del portavoce Sabah al Numan, di «implementare un piano di sicurezza per mantenere il controllo sul terreno e affrontare ogni violazione della sovranità irachena». La presidenza irachena ha parlato apertamente di «una violazione flagrante della sovranità dell’Iraq, che colpisce le sue istituzioni ufficiali», mentre al Zaidi ha annullato la visita prevista a Gedda presso il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Diverse fazioni sciite, tra cui la Resistenza Islamica in Iraq, Harakat Hezbollah al Nujaba e Asa’ib Ahl al Haq, hanno promesso una risposta dura; la Resistenza Islamica ha fissato al 7 agosto la scadenza per un’eventuale evoluzione politica, avvertendo che colpirà «i suoi strumenti in Arabia Saudita ogni volta che le circostanze lo richiederanno».
Damietta e il fronte marittimo; l’Egitto coinvolto tra incendi sospetti e traffico di GNL
Anche l’Egitto è entrato, seppure in modo meno diretto, nella traiettoria del conflitto. Il Ministero del Petrolio egiziano ha reso noto che mercoledì un incendio è divampato su una nave rigassificatrice e su una nave cisterna nel porto mediterraneo di Damietta, precisando che «non sono stati segnalati feriti o vittime» e che i piani di emergenza sono stati attivati immediatamente, con il ministro Karim Badawi recatosi sul posto per seguire le operazioni. Damietta, che ospita uno dei due impianti egiziani di liquefazione del gas naturale (l’altro è a Idku) ed è diventato negli ultimi anni un hub per le importazioni di GNL, è stato indicato da almeno una società di monitoraggio marittimo, la britannica Ambrey, come bersaglio di un attacco con drone che avrebbe colpito una cisterna di proprietà statunitense; nessuna conferma ufficiale, tuttavia, è arrivata da parte delle autorità egiziane sull’origine dell’esplosione.
Accuse incrociate; Riad, Ansarullah e la pista ucraina complicano la ricostruzione dei fatti
A giustificare l’allargamento della crisi contribuiscono narrazioni diverse e spesso contrastanti. Riad ha attribuito alle milizie sostenute dall’Iran in Iraq gli attacchi con droni contro impianti petroliferi nella provincia orientale, mentre il movimento yemenita Ansarullah ne ha rivendicato la piena responsabilità, definendola una ritorsione per le violazioni dello spazio aereo yemenita da parte saudita. In parallelo, il consigliere per la sicurezza nazionale iracheno Qasim al Aboudi ha reso noto l’arresto di cellule che avrebbero confessato di operare «per conto dell’Ucraina» sul territorio iracheno, definendo il caso «complesso» e ancora in fase di indagine; una versione ripresa anche dalla stampa locale, secondo cui combattenti iracheni arruolati nell’esercito ucraino e circa duecento corpi rimpatriati dalla Russia alimentano dubbi su possibili operazioni sotto falsa bandiera. Politici iracheni come Hadi al Amiri hanno accusato apertamente Riad di voler «ridurre il ruolo dell’Iraq come paese che si batte per la stabilità», mentre il Partito Islamico Dawa ha respinto le accuse saudite chiedendo «prove conclusive e documentate».
Una regione senza più «negabilità plausibile»; gli analisti avvertono di un territorio inesplorato
L’insieme di questi episodi, dagli attacchi diretti sul territorio iraniano ai raid in Iraq, dall’incidente nel porto egiziano di Damietta fino al blocco dei porti sauditi annunciato dagli Houthi, ha spinto gli analisti a parlare di un conflitto entrato in «territorio inesplorato». Secondo Sanam Vakil, del centro studi Chatham House, l’assenza ormai di ogni «negabilità plausibile» rende evidente quanto le diverse fazioni regionali siano intrecciate tra loro; per H. A. Hellyer, del Royal United Services Institute, l’Arabia Saudita avrebbe voluto dimostrare a Teheran che gli Stati del Golfo non sono più disposti a restare passivi, con il rischio però di innescare reazioni imprevedibili in un contesto in cui l’Iran, sentendosi sotto attacco esistenziale, potrebbe reagire in modo ancora più imprevedibile, coinvolgendo nuovi paesi e nuovi segmenti di società lungo tutta la regione.

