La casa della famiglia Shinaran sorge in un piccolo villaggio delle colline a sud di Hebron, in Cisgiordania, una terra di pietre e pascoli dove la vita scorreva regolare da generazioni. Ci vivono cinque adulti e cinque bambini, il più piccolo ha sei anni, il più grande quattordici. Da quasi una settimana però varcare quella porta è diventato un rischio. A raccontarlo sono gli stessi membri della famiglia che descrivono giornate scandite dalle minacce dei coloni e dall’immobilità dei soldati.
Tutto è cominciato lunedì scorso. Un gruppo di coloni ha piantato un avamposto proprio davanti all’ingresso dell’abitazione, trasformando la soglia di casa in un presidio ostile. Da quel momento la pressione non si è mai allentata. Alcune auto sono state date alle fiamme, le pietre hanno colpito ripetutamente i muri e le finestre. Un testimone ha riferito che qualcuno ha tentato di incendiare la porta del garage mentre la famiglia era chiusa all’interno. Le pietre sono piovute anche sugli agenti della Polizia di frontiera, arrivati per smantellare il presidio. Finora sette coloni sono stati arrestati.
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Eppure l’avamposto continua a risorgere. La Polizia di frontiera lo ha rimosso più volte, almeno quattro secondo uno dei residenti, e ogni volta i coloni lo hanno ricostruito, in alcuni casi sotto gli occhi dei militari. Le immagini girate sul posto mostrano soldati israeliani in preghiera accanto ai coloni, mentre la musica ad alto volume rimbomba davanti alla casa senza che nessuno la faccia spegnere. Per i bambini, chiusi tra quelle mura, è il sottofondo di ogni giorno e di ogni notte.
C’è un dettaglio che rende la vicenda ancora più amara. A differenza di quanto accaduto nei blocchi di Jalud e Qusra, questa volta l’esercito ha schierato le sue forze fin dalle prime ore. La presenza militare, raccontano gli Shinaran, non ha però impedito ai coloni di imporre la propria prevaricazione, sempre più sistemica al lavoro dell’esercito. «Siamo sotto coprifuoco in casa nostra, come in prigione», dice uno dei familiari. «Quando provo a uscire mi dicono di tornare dentro, e che se voglio lasciare la casa devo coordinarmi con l’ufficio palestinese di collegamento distrettuale».
A confermare la responsabilità non solo morale dell’Idf nei confrontio della colonizzazione di ciò che resta la Cisgiordania sono le doichiarazioni dei portavoce dell’esercito, posticce a negare ogni evidenza. Secondo l’IDF la famiglia non sarebbe affatto sotto assedio e potrebbe uscire e rientrare liberamente, quando lo desidera. La stessa fonte sostiene che in casa non manchi il cibo e che venerdì e sabato i militari abbiano consegnato aiuti e acqua.
Restano così due racconti che non si incontrano. Da una parte un esercito che parla di libertà di movimento e di aiuti distribuiti, dall’altra dieci persone che da giorni guardano il mondo da dietro una finestra, con un avamposto piantato sulla soglia e il timore che la prossima pietra, o la prossima fiamma, arrivi ancora più vicino.

