Se n’è andato a cinquant’anni, troppo presto. Ad annunciarlo è stata la figlia maggiore, Avigail, dal suo profilo X; il padre è morto dopo una lunga battaglia contro un tumore al colon. Con lui scompare una delle rarissime voci israeliane capaci di parlare, davvero, con i palestinesi e con il mondo sciita e persiano; non per strategia, ma per vocazione intellettuale.
La sua carriera accademica è nata dallo studio dell’Iran. La tesi di dottorato, pubblicata da Routledge nel 2011 col titolo Shi’i Theology in Iran, ha indagato il ruolo dell’esperienza religiosa nella formazione del discorso rivoluzionario sciita. Ha letto i pensatori iraniani attraverso le teologie critiche ebraiche e cristiane, traducendo in inglese, per la prima volta, molti testi scritti tra il 1940 e il 2000. Sono seguiti Lachshov Shi’it (Pensare sciita), nella collana universitaria di Radio Tsahal, e Understanding Shiite Leadership, scritto con Shaul Mishal per Cambridge University Press; un libro che ha descritto le leadership sciite di Iran e Libano come soggetti pragmatici, capaci di relazioni feconde con il mondo non sciita. Nel 2017 è arrivato Faith and Politics in Iran, Israel and the Islamic State. Vincitore del Dan David Prize, è stato ricercatore a Yale e ha insegnato all’IDC Herzliya, all’Università di Tel Aviv e al National Defense College israeliano.
Poi la scelta di uscire dall’accademia. Ex professore e consulente per la sicurezza nazionale, è diventato analista e commentatore indipendente, scrivendo per Al Jazeera, +972, New Lines e The Nation. Dopo il 7 ottobre la sua critica a Netanyahu e alla mentalità della società israeliana lo ha reso noto in tutto il mondo. Ha dialogato apertamente con intellettuali palestinesi; con lo scrittore gazawi Ahmed Moor ha ripercorso il proprio cammino da dissidente, tra sionismo, antisionismo e senso di appartenenza a Israele.
Le sue parole degli ultimi anni restano. Nel 2024 ha denunciato che in Israele il sangue palestinese era diventato «più a buon mercato dell’aria». Ha scritto che al centro delle proteste per gli ostaggi c’era un vuoto con la forma di Gaza. Nel 2025 ha sostenuto che l’attacco all’Iran rivelava l’assenza di qualsiasi obiettivo finale, a Teheran come nella guerra a Gaza; dopo l’uccisione di Anas al Sharif ha detto che i giornalisti di Al Jazeera erano l’ultima speranza dei palestinesi di impedire l’operazione su Gaza City. Al cessate il fuoco ha osservato che gli israeliani avevano già dimenticato la guerra, senza alcuna resa dei conti per il suo costo palestinese. Nel marzo 2026, con la nuova guerra all’Iran, ha avvertito che Israele voleva la possibilità di colpire chiunque, in qualsiasi momento.
L’amico Shaiel Ben Ephraim lo ha ricordato come chi ha combattuto fino all’ultimo giorno là dove rischiava di più, dentro Israele. È il suo lascito più prezioso. Ascoltare l’altro, anche il nemico designato; e dire la verità ai propri.

