Il cessate il fuoco: la geografia della vittoria
Il Memorandum d’Intesa di Islamabad, firmato tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran, è un documento straordinario per ciò che contiene, e ancor di più per ciò che rivela sul rapporto di forze tra i firmatari. Il paragrafo 1 recita: «Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran e i loro alleati nell’attuale guerra, mediante la firma di questo MOU, dichiarano la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e si impegnano a non avviare d’ora in poi alcuna guerra o operazione militare l’uno contro l’altro». La clausola sul Libano è tutt’altro che formale: è un riconoscimento implicito che Israele, alleato storico di Washington, non controlla più il dossier regionale. Teheran ottiene, nero su bianco, una garanzia americana sull’integrità territoriale del Libano, in contraddizione aperta con la politica di Tel Aviv. Come ha osservato il New York Times, il linguaggio dà all’Iran «i mezzi per pressare il presidente Trump su qualsiasi futuro attacco israeliano in Libano». Israele ha già segnalato di non sentirsi vincolato dall’accordo: si ritrova, per la prima volta, ai margini di un’intesa che lo riguarda direttamente.
Hormuz: il pedaggio che cambia tutto
Il paragrafo 5 dell’accordo stabilisce il passaggio gratuito delle navi commerciali nello Stretto di Hormuz «solo per 60 giorni». Dopodiché, l’Iran potrà imporre pedaggi, una facoltà che non aveva mai esercitato prima della guerra. Questo dettaglio, apparentemente tecnico, rovescia decenni di diritto internazionale consuetudinario sulla libertà di navigazione. Il segretario di Stato Marco Rubio aveva dichiarato che condizione sine qua non dell’accordo era il ritorno alle condizioni prebelliche: il paragrafo 5 lo contraddice apertamente. Allo stesso tempo, il paragrafo 4 impone agli USA di «rimuovere il blocco navale entro 30 giorni» e di «ritirare le proprie forze dalla prossimità dell’Iran entro 30 giorni dalla firma dell’accordo finale». Washington abbandona una delle sue leve di pressione più efficaci prima ancora che i negoziati sul nucleare abbiano inizio. Gli analisti hanno già avvertito che, una volta che i proventi delle esportazioni di petrolio torneranno a fluire verso Teheran (e il paragrafo 10 garantisce immediatamente deroghe all’export di greggio iraniano), l’Iran avrà ogni incentivo a dilatare i negoziati fino a renderli infiniti.
Nucleare, l’uranio resta a Teheran
Il paragrafo 8 è il cuore politico dell’accordo, e anche il più controverso. Il testo stabilisce: «La Repubblica Islamica dell’Iran ribadisce che non produrrà né si procurerà armi nucleari. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran hanno concordato di risolvere la questione del materiale arricchito e stoccato in base a un meccanismo che sarà concordato, con la metodologia minima consistente nel down-blending in loco sotto la supervisione dell’AIEA». La parola chiave è «down-blending in loco»: l’Iran diluirà il suo materiale arricchito, circa 11 tonnellate di cui 440 kg arricchiti al 60% (soglia vicina al grado militare), ma non lo consegnerà a nessuno. Il confronto con il JCPOA del 2015, il cosiddetto accordo Obama, è devastante per Washington. In quell’intesa, l’Iran aveva accettato di ridurre le sue scorte di uranio arricchito del 98%, portandole a 300 kg, e aveva fisicamente trasferito il 97% del materiale nucleare in Russia. Oggi, al contrario, quelle stesse scorte, enormemente cresciute negli anni di sanzioni e breakout nucleare, rimangono in territorio iraniano, semplicemente diluite sotto lo sguardo degli ispettori IAEA. Non è smantellamento: è congelamento reversibile. Il termine «reaffirms» usato nel testo è rivelatore: l’Iran non assume alcun impegno nuovo, si limita a ribadire quello contratto nel 1970 firmando il Trattato di Non Proliferazione.
Soldi, sanzioni e 300 miliardi
I paragrafi 7, 10 e 11 costituiscono il pacchetto economico dell’accordo, e sono di un’ampiezza che ha lasciato di stucco perfino i falchi del Partito Repubblicano. Il paragrafo 7 impegna gli USA a «porre fine a tutte le sanzioni contro l’Iran, incluse le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e del Consiglio dei Governatori dell’AIEA, oltre alle sanzioni unilaterali primarie e secondarie». Il paragrafo 11 va oltre: i fondi congelati, stimati in almeno 24 miliardi di dollari, saranno «pienamente disponibili per l’uso» a partire dall’implementazione del MOU, e potranno essere indirizzati «a qualsiasi beneficiario finale designato dalla Banca Centrale dell’Iran». Come osserva il New York Times, questa formulazione potrebbe includere entità militari o dell’intelligence su liste di sorveglianza antiterrorismo. Il paragrafo 6, infine, impegna gli Stati Uniti a «sviluppare un piano definitivo di ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran con almeno 300 miliardi di dollari». Trump ha tentato di precisare che gli USA non investiranno direttamente, ma ha lasciato aperta la possibilità che siano gli stati del Golfo a farlo, ancora una volta in conformità con gli interessi di Teheran.
Israele escluso
L’accordo di Islamabad sancisce una trasformazione radicale dell’architettura di sicurezza mediorientale. Israele, che non è parte del negoziato, si ritrova vincolato da clausole sul Libano che non ha sottoscritto, privo del supporto militare diretto americano nella regione, e con un Iran economicamente riabilitato e nuclearmente intatto. L’Iran, da parte sua, ottiene: cessate il fuoco permanente, ritiro americano, accesso ai propri fondi congelati, revoca delle sanzioni, passaggio dallo status di «stato canaglia» a quello di interlocutore sovrano riconosciuto, e persino una prospettiva di piano Marshall da 300 miliardi. Il paragrafo 14, che prevede la ratifica dell’accordo finale con una «vincolante risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU», trasforma Teheran in un attore legittimato dalle stesse istituzioni multilaterali che per decenni l’hanno sanzionata. La domanda che si pongono gli analisti non è più se l’Iran abbia vinto: è se gli Stati Uniti abbiano compreso appieno cosa hanno firmato.

