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18 August 2026

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[Iran] Un mese per la guerra improvvisata di Trump, bombe senza un piano e popolarità in caduta

Una guerra senza un piano
Quando Donald Trump ha annunciato le prime azioni militari contro l’Iran ha promesso un’operazione da «quattro o cinque settimane». Siamo alla quinta e le sue dichiarazioni su operazioni «in anticipo sui tempi» suonano sempre più vuote. La ragione è semplice, non sembra esserci mai stato un vero piano. La Casa Bianca naviga confusa e a vista. I ministri si affannano a giustificare ordini contraddittori. L’ultima settimana è stata la più emblematica con un ultimatum perentorio a Teheran affinché riapra lo stretto di Ormuz entro 48 ore, pena il bombardamento delle infrastrutture energetiche iraniane, una dichiarazione che come sempre accade ha fatto tremare i mercati. Trump ha poi rinviato per due volte la scadenza, ora fissata al 6 aprile, mentre il segretario di Stato Marco Rubio ha evocato una fine delle operazioni «nelle prossime due settimane».

Se il negoziatore semina il caos
Dietro le altamelantoi sichiarazioni di Trump (ora una prospettiva di accordo, ora l’intensificarsi della guerra) si legge la solita logica, ovvero fare pressione per strappare un una parvenza di vittoria. Il presidente giura che i negoziati con Teheran sono andati avanti per tutta la settimana, nonostante le smentite iraniane. «Utilizza le stesse tecniche di sempre — minacciare, insultare, attirare l’attenzione — ma si sta rendendo conto che non funzionano più», ha detto al New York Times lo storico di Princeton Julian E. Zelizer. «Pratica l’arte della negoziazione in un modo che non fa altro che seminare il caos.» Trump stesso lo ha ammesso a Memphis: «Tutta la mia vita è stata una successione di negoziati».

Marines e fischi
Per mantenere la pressione Trump soffia contemporaneamente sul caldo e sul freddo. Mentre parla di «riduzione graduale» delle operazioni militari, invia nella regione una nave da assalto anfibio con 3.500 marines a bordo. La stampa americana ipotizza persino il dispiegamento di 10.000 soldati e un ipotetico intervento terrestre contro l’isola di Kharg,che cambierebbe radicalmente la natura del conflitto. Una prospettiva che non piace alla base Maga. A un raduno a Dallas, il 27 marzo, Steve Bannon ha fatto votare a mano alzata il pubblico sull’ipotesi di un intervento di terra: solo le comunità ebraiche e iraniane sembravano favorevoli. Gli altri hanno fischiato e ululat,  sonoramente.

Popolarità in caduta libera
Il commentatore Jim Rickards, dal palco di Dallas, ha delineato tre scenari possibili: un cambio di regime sempre più improbabile, una vittoria di facciata senza cambiamenti reali, o una nuova escalation. «Credo ci sia l’80% di probabilità che si vada verso una nuova escalation», ha concluso. Trump può vantare la distruzione delle capacità balistiche iraniane, ma non è riuscito a piegare il regime né a privarlo dell’uranio arricchito necessario per ottenere l’arma nucleare. Con il suo ricatto petrolifero, il regime dei mullah trascina il mondo nel caos trumpiano, e Trump sa di dover uscire da questo pantano in fretta. Il suo indice di gradimento è crollato al 36%, il livello più basso da quando è tornato alla Casa Bianca, riferisce un sondaggio Reuters/Ipsos.

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