Shlomo Sand è uno dei più acuti storici israeliani contemporanei, docente di Storia Contemporanea presso l’Università di Tel Aviv, e uno degli intellettuali di sinistra più noti in Israele. Le sue posizioni storico-politiche riguardo a Israele rappresentano una sfida radicale ai fondamenti dell’ideologia sionista, combinando rigore storiografico con un’etica politica progressista.
L’invenzione del popolo ebraico: Il lavoro più odiato tra i suoi connazionali
La tesi più celebre e contestata di Sand è contenuta nel suo libro “L’invenzione del popolo ebraico” (2008 in ebraico, 2009 in inglese). Attraverso un’indagine storica rigorosa, Sand sostiene che il concetto stesso di “popolo ebraico” come entità nazionale unita è un mito costruito, non una realtà storica. Egli ha affermato durante un seminario a Bruxelles che “nella biblioteca dell’università di Tel Aviv non si trova un testo storico, tra le migliaia che ne contiene, che supporti la ‘storicità’ del popolo ebraico”.
Sand smonta il mito fondativo del sionismo – la deportazione degli ebrei da parte dell’Impero romano nel 70 e 135 d.C. – dimostrando che le fonti storiche antiche non attestano alcuna deportazione di massa. Invece, Sand documenta come la “scomparsa” degli ebrei dalla Palestina sia stata graduale, dovuta principalmente a conversioni al cristianesimo a partire dal 324 d.C., quando la regione passò sotto il dominio bizantino. Questo processo storico continua fino al 614 d.C., quando vi fu ancora una rivolta ebraica in Galilea, non un abbandono totale della terra.
Le conversioni e i regni ebraici dimenticati
Un elemento cruciale dell’analisi di Sand riguarda le conversioni all’ebraismo nella storia. Basandosi su prove bibliche abbondanti e su fonti storiche, Sand dimostra che numerosi popoli e regni interi si sono convertiti all’ebraismo nel corso dei secoli. Tra questi emergono i regni dei Cazari (nelle steppe russe) e quello di Abu Nuwas nello Yemen, tutti frutto di conversioni di sovrani e successivamente delle loro popolazioni. Sand dedica particolare attenzione alla diffusione dell’ebraismo nell’Andalusia islamica, suggerendo che il Regno ebraico della regina Kahina, una figura misteriosa che alcuni studiosi associano a origini fenicie, rappresenta un’ulteriore traccia di questa variegata storia.
Questa ricostruzione storica ha implicazioni politiche radicali: se le comunità ebraiche europee (Ashkenaziti) e mediorientali (Sefarditi) hanno origini diverse e complesse, incluse conversioni di popoli non-semiti, allora la narrativa sionista di un “ritorno” a una patria ancestrale crolla logicamente.
L’ideologia sionista come costruzione moderna
Sand argomenta che il sionismo moderno non è l’espressione di una continuità nazionale millenaria, ma una costruzione ideologica del XIX e XX secolo, simile agli altri nazionalismi europei. Dimostra come David Ben Gurion e altri leader sionisti abbiano utilizzato la Bibbia non come testo religioso, ma come documento storico-nazionale, trasformando il “credo metafisico religioso in un perfetto credo storico-nazionale”. Gli scavi archeologici promossi dallo stato israeliano erano strumentali a questa costruzione mitica, cercando di trovare prove materiali di una continuità nazionale che storicamente non esiste.
Lo stato ebraico come struttura di privilegi
Nel suo libro “How I Stopped Being a Jew” (Come ho smesso di essere ebreo), Sand approfondisce un’altra dimensione critica: la natura intrinsecamente discriminatoria dello stato ebraico. Sand sostiene che “in Israele non c’è dubbio che essere ebreo significa potere e privilegi”, ma tali privilegi “avvengono a spese degli arabi-israeliani, che non sono ebrei, e che sono pertanto cittadini di seconda classe”.
La sua analisi rivela un paradosso cruciale: mentre è possibile diventare inglese, francese o comunista, non è possibile diventare “ebreo secolare” senza essere nati da madre ebrea. Questo rende l’identità ebraica secolare un “club esclusivo al quale non si è liberi di unirsi”. Di conseguenza, Sand ha personalmente rinunciato all’identità di ebreo secolare israeliano, considerandola un privilegio costruito su esclusione e discriminazione.
La democrazia selettiva di Israele
Sand sfida il mito di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente”, sottolineando che una democrazia vera non può definire se stessa come lo stato di un solo gruppo nazionale o religioso. Paragonando Israele a un’ipotetica Gran Bretagna cristiana, Sand dimostra come la natura ebraica dello stato crea necessariamente cittadini di primo e secondo livello.
Le posizioni sulla resistenza palestinese
Paradossalmente, Sand riconosce che la resistenza palestinese, inclusa quella armata, è una risposta razionale e comprensibile all’occupazione e all’oppressione quotidiana. Nel 2016, ha scritto: “Ogni volta che sento notizie di un ragazzo o una ragazza palestinese che hanno buttato la loro vita per ammazzare degli israeliani, sono costernato dal gesto, ma allo stesso tempo non posso esimermi dal ricordare le dure parole di Alexander Penn: ‘Ed egli è stato incendiato, sta fiammeggiando e sacrifica se stesso per incenerire l’amara offesa della schiavitù'”.
Sebbene neghi la nobiltà intrinseca della resistenza armata, Sand la legittima storicamente: “Quelli che stanno perpetrando non sono nati assassini. In altre circostanze storiche, avrebbero potuto finire i loro studi, diventare professionisti onesti, essere madri e padri, crescere bambini e invecchiare pacificamente”. Queste affermazioni hanno provocato reazioni contrastanti persino tra i suoi sostenitori.
Il Boycott, Divestment and Sanctions
Sand sostiene attivamente il movimento BDS come strumento di pressione internazionale su Israele. Ha argomentato che “le sanzioni non hanno distrutto il Sud Africa e l’Iran; e non distruggeranno Israele. Soprattutto, libereranno Israele dalla trappola dalla quale non è in grado di uscire da solo”. Per Sand, il BDS non è un fine ultimo, ma un mezzo per spingere Israele a riconoscere i diritti palestinesi e a trasformarsi in uno stato pluralistico.
La questione del genocidio a Gaza e le ambiguità recenti
Nel dicembre 2024, Sand ha generato controversia affermando che, nonostante le “terribili atrocità e crimini di guerra” commessi da Israele a Gaza, questi non costituiscono tecnicamente un genocidio, ma piuttosto esecuzioni di massa e crimini di guerra. Ha paragonato la situazione a Gaza ai crimini coloniali francesi in Algeria e statunitensi in Vietnam, entrambi non classificati come genocidio. Tuttavia, questa posizione ha attirato critiche da parte di altri studiosi di genocidi, come Ben Kiernan, che hanno contestato la sua argomentazione.
La visione di uno stato post-nazionale
Fondamentalmente, Sand sostiene l’abolizione dello stato nazionale ebraico e la sua trasformazione in uno “stato civile dei cittadini senza distinzione fra ebrei e palestinesi”. Questa posizione riflette una critica globale al nazionalismo moderno, che Sand vede come origine di innumerevoli conflitti e violenze storiche.
Il contesto politico israeliano
Sand rappresenta una minoranza critica all’interno della sinistra israeliana contemporanea. Sebbene critico della socialdemocrazia internazionale per il suo fallimento storico – in particolare in Israele, dove la “sinistra sionista è nata da esigenze di insediamento” e non da genuini movimenti proletari – Sand rimane convinto che la lotta per l’uguaglianza e le libertà sia imperative.

