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25 September 2026

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[Israele] Hallgrímsson: «Non giochiamo con il genocidio, giochiamo contro di esso»

Domenica 27 settembre, in un catino ungherese lontano tanto da Dublino quanto da Tel Aviv, l’Irlanda affronta Israele in Nations League. Il ct islandese Heimir Hallgrímsson ha detto ad alta voce ciò che l’Uefa continua a tacere; la federazione israeliana ha risposto con gli insulti.

Ad Abbotstown, nel centro sportivo dove la nazionale irlandese si allena prima delle partite, la sala stampa si è riempita più del solito. Non per la formazione, non per i moduli tattici; per una domanda che aleggiava da settimane e che qualcuno, alla fine, ha posto senza girarci troppo attorno. Hallgrímsson non si è sottratto. Ha detto che i suoi giocatori non sono a proprio agio nel giocare questa partita, cosa che qualsiasi allenatore accorto avrebbe forse preferito tacere per proteggere lo spogliatoio dalle polemiche; lui invece ha scelto di nominare la cosa. «Non giochiamo con il genocidio», ha detto, «giochiamo contro il genocidio. Quindi giochiamo contro Israele, non giochiamo con Israele».

È una frase che non lascia spazio a interpretazioni comode, ed è anche, semplicemente, la fotografia di ciò che il diritto internazionale sta faticosamente mettendo per iscritto da mesi: Amnesty International ha già definito genocidio quanto Israele sta compiendo nella Striscia di Gaza; la Corte Internazionale di Giustizia ha misure provvisorie aperte sul caso sollevato dal Sudafrica; le cifre delle vittime, in gran parte donne e bambini, non sono più oggetto di dubbio ragionevole, se mai lo sono state. Hallgrímsson ha aggiunto un secondo argomento, più tecnico ma altrettanto tagliente: nessuno, né alla Uefa né alla federazione irlandese, gli ha mai saputo spiegare perché la Russia sia stata sospesa da ogni competizione dopo l’invasione dell’Ucraina, mentre Israele continua a giocare indisturbato. «Non ho ricevuto alcuna spiegazione sul perché una sia bandita e l’altra no», ha detto; ed è la domanda che l’Uefa, con il suo silenzio compiacente, si rifiuta sistematicamente di affrontare.

La risposta della federazione calcistica israeliana è arrivata poche ore dopo, via X, ed è stata un manifesto di quella stessa arroganza che il calcio dovrebbe avere il coraggio di non ospitare più. «Purtroppo non abbiamo ancora trovato una cura per la stupidità, l’ignoranza e l’ipocrisia» mostrate dal ct della nazionale irlandese, si legge nel comunicato, che rivendica poi con orgoglio il numero di premi Nobel vinti da cittadini israeliani, come se l’eccellenza accademica di alcuni potesse in qualche modo compensare, o addirittura giustificare, i bombardamenti su ospedali e campi profughi. «Non giochiamo con l’ignoranza, l’ipocrisia e la stupidità», ha concluso l’IFA, «giochiamo contro l’allenatore che le incarna». È lo schema retorico più vecchio del mondo, quello per cui chi denuncia un crimine diventa il vero colpevole; e colpisce, semmai, che una federazione sportiva lo adotti con tanta disinvoltura in un comunicato ufficiale, mentre valuta pure, secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, un reclamo formale all’Uefa contro Hallgrímsson.

Il contesto, del resto, racconta più di ogni dichiarazione. Più di centosessanta atlete e atleti irlandesi, tra cui la mezzofondista olimpica Ciara Mageean e l’ex calciatrice Louise Quinn, hanno firmato una lettera aperta per chiedere il boicottaggio della partita; la federazione irlandese ha votato una mozione per chiedere all’Uefa la sospensione di Israele dalle competizioni europee, mozione che l’organismo di Nyon ha respinto senza troppe spiegazioni, esattamente come non ne ha mai fornite sul doppio standard denunciato da Hallgrímsson. E le due sfide di Nations League, quella del 27 settembre e quella di ritorno del 4 ottobre, si giocheranno entrambe lontano dalle sedi originarie, a Debrecen in Ungheria e a Backa Topola in Serbia, a porte chiuse, per ragioni di sicurezza operativa che nessuno ha il coraggio di chiamare con il loro nome: la vergogna di ospitare, negli stadi di casa, la squadra di uno stato sotto accusa di genocidio.

Che un allenatore di calcio, islandese, abbia dovuto farsi carico di dire ciò che i governi europei evitano da due anni con ogni mezzo diplomatico a disposizione, è forse la misura più chiara del fallimento morale delle istituzioni sportive e politiche continentali. Il pallone, si dice spesso, non dovrebbe entrare nella politica; ma quando la politica consiste nel continuare a normalizzare la partecipazione di uno stato accusato di sterminio sistematico di un popolo, restare neutrali non è neutralità: è complicità. Hallgrímsson lo ha detto con parole semplici, quasi dimesse, ammettendo che si tratta del periodo più duro della sua carriera di allenatore, che «nessun corso Uefa Pro Licence prepara a qualcosa del genere». Israele ha risposto con l’insulto e con la citazione dei propri Nobel. Tra le due reazioni, non dovrebbe esserci bisogno di scegliere da che parte stare.

Va detto, per onestà di cronaca, che Israele respinge da sempre la qualifica di genocidio, sostenendo di agire in legittima difesa dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, e che la causa davanti alla Corte dell’Aja non si è ancora conclusa con una sentenza definitiva di merito: sul piano giuridico stretto, dunque, la questione resta formalmente aperta, per quanto la mole di prove raccolte da organizzazioni indipendenti lasci sempre meno margine al dubbio.

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