Nei caffè di Casablanca, alla vigilia del voto, la televisione resta accesa sulle partite; i manifesti elettorali, invece, nessuno li guarda. Il Marocco elegge un nuovo Parlamento e i partiti promettono lavoro, case e salari dignitosi a una generazione che nelle liste quasi non compare: i giovani tra 18 e 24 anni sono appena il 4% degli iscritti. Sono circa 632.000, contro il milione e 440.000 del 2021, secondo i dati del ministero dell’Interno ripresi da «Œil d’Afrique». Eppure più della metà dei 38 milioni di marocchini ha meno di 35 anni. Ed è al calcio che la politica si è aggrappata per ritrovarli. Fouzi Lekjaa, presidente della Federazione reale e artefice dell’epopea dei Leoni dell’Atlante, è entrato a luglio nel Parti Authenticité et Modernité. Ai suoi comizi la folla scandisce «Sir», il grido del Mondiale del 2022, e lui promette di portare scuola e sanità al sesto posto nel mondo, come la nazionale nel ranking Fifa. «TelQuel» lo ha definito «un atout», una carta vincente. Il Marocco organizzerà il Mondiale con Spagna e Portogallo, e i partiti di governo rivendicano una ventina di miliardi di dollari d’investimenti legati alla competizione. Il pallone è così diventato linguaggio politico; forse l’unico ancora comprensibile a tutti. Il paradosso è tutto qui: si chiede ai ragazzi di votare nel nome dello stesso pallone che un anno fa li aveva spinti in piazza.
Stadi pieni, ospedali vuoti
GenZ 212 era nata proprio contro quegli stadi. Nel settembre 2025 migliaia di giovani, cresciuti fuori dai partiti e organizzati sui social, contestavano la scelta di spendere miliardi per il Mondiale del 2030 mentre ospedali e scuole cadevano a pezzi. Lo slogan era semplice, «libertà, dignità, giustizia sociale». Oltre 2.400 persone sono state poi perseguite; erano le proteste più ampie dal movimento del 20 febbraio 2011. La stampa francofona del Maghreb ha colto la contraddizione con precisione. «Tunisie Direct» ricorda che il nuovo stadio di Casablanca costerà tra mezzo miliardo e un miliardo di dollari, e che il 95% degli intervistati non ha fiducia nei partiti. La disoccupazione giovanile supera il 27% (per il Fondo monetario, tra i 15 e i 24 anni, sfiora il 37%). La crescita, reale, si ferma nei porti, nelle fabbriche d’auto, lungo le linee ad alta velocità. A luglio decine di migliaia di persone hanno tentato di raggiungere Ceuta a nuoto: studenti, diplomati, lavoratori con salari insufficienti; almeno cento sono morti nella traversata. Non fuggivano la fame. Fuggivano l’impossibilità di immaginarsi un futuro.
La Palestina, l’ultima distanza
C’è poi una ferita che nessun programma elettorale può ricucire. Il 16 settembre, a una settimana dal voto, Marocco e Israele hanno annunciato che i rispettivi uffici di collegamento diventeranno ambasciate. L’annuncio è arrivato da New York, alla presenza dell’ambasciatore statunitense all’Onu. Secondo l’Arab Opinion Index citato da «Tunisie Numérique», l’89% dei marocchini è contrario al riconoscimento di Israele. Per Gaza si è manifestato ogni settimana nelle strade di Rabat; nelle curve degli stadi, i cori per la Palestina si sono levati più spesso e più forte di quanto la diplomazia del regno abbia mai osato. Il Pjd di Benkirane promette di rompere con Israele, dimenticando che fu un governo del suo partito a firmare la normalizzazione. Ma la politica estera, come la difesa e la sicurezza, appartiene al re e al Makhzen; e i giovani lo sanno. Siham Azeroual, attivista ambientale dell’Atlante, ha raccontato alla Bbc di vergognarsi della scena politica, «un circo completo»; andrà comunque a votare, senza speranza. Per questo l’astensione non è apatia: è una risposta. Una generazione chiede lavoro, servizi e una voce sul mondo. In cambio riceve grandi eventi, promesse e slogan presi in prestito dagli stadi.

