Le reazioni all’accordo firmato dalla delegazione libanese a Washington con la controparte israeliana hanno rivelato una frattura profonda nel tessuto politico e sociale del paese. Ben lontano dall’immagine di compattezza nazionale che le autorità libanesi avevano cercato di proiettare il quadro emerso nelle ore successive alla firma è quello di un paese diviso tra chi considera l’intesa un’opportunità storica irripetibile e chi la definisce, senza mezzi termini, una capitolazione. L’ampiezza e la forza delle voci critiche smentiscono la narrazione ufficiale secondo cui esisterebbe una maggioranza libanese disposta ad approvare questo percorso di normalizzazione sotto tutela americana.
Le voci della resistenza al testo
Hezbollah, per voce del suo segretario generale Naim Qassem ha definito l’accordo una vergogna priva di qualsiasi validità giuridica e politica. Particolarmente dura la critica al legame stabilito tra il ritiro israeliano e il disarmo della resistenza, giudicato una linea rossa invalicabile. Il movimento Amal ha parlato di un testo squilibrato che consolida posizioni favorevoli all’occupante a danno degli interessi nazionali libanesi. Il Partito Social Nazionale Siriano ha evocato il fantasma dell’accordo del 17 maggio 1983, quel trattato seppellito dalla resistenza popolare, accusando i firmatari di aver concesso all’occupazione una sorta di assoluzione morale. Il Partito Comunista ha ribadito il rifiuto di qualsiasi normalizzazione con quello che definisce un sistema di apartheid, mentre la Jamaa Islamiyya ha chiesto garanzie concrete e un calendario preciso per il ritiro completo, sottolineando che nessuna discussione sul monopolio delle armi può avvenire sotto la pressione dell’occupazione militare.
Le ambiguità del testo e i rischi di divisione interna
Il Movimento Patriottico Libero ha sollevato obiezioni tecniche e politiche di peso. L’accordo, secondo Gibran Bassil, non menziona in modo esplicito e inequivocabile il ritiro israeliano dai territori occupati, limitandosi alla formula vaga di “ridispiegamento”, una locuzione che apre spazio a interpretazioni strumentali da parte di Israele. L’assenza di qualsiasi riferimento all’accordo di armistizio del 1949, pietra angolare di qualunque soluzione duratura, è stata denunciata come una lacuna gravissima. Il rischio principale, secondo questa lettura, non è solo diplomatico ma interno: un accordo che non raccoglie un consenso nazionale ampio diventa una miccia per la guerra civile strisciante, la fitna, che in Libano ha sempre rappresentato il pericolo più immediato e devastante. Walid Jumblatt ha parlato di un testo tripartito nella forma ma unilaterale nella sostanza, mentre altri esponenti hanno avvertito che le trappole israeliane sono già tese e che la coesione del fronte interno è la sola vera garanzia di tenuta.
I sostenitori e le ragioni di un sì controverso
Sul versante opposto, le Forze Libanesi di Samir Geagea e le Kataeb di Sami Gemayel hanno salutato l’accordo come la svolta più significativa della politica libanese degli ultimi cinquant’anni, una finestra di opportunità per strappare il paese al ciclo di violenza e instabilità alimentato dalla presenza di milizie armate al di fuori del controllo statale. Diversi deputati vicini alle ambasciate occidentali hanno parlato di vittoria storica e di primo passo verso la pace. Questa lettura, tuttavia, sembra ignorare la questione irrisolta del ritiro effettivo e delle garanzie internazionali vincolanti. Il movimento civico Muwatinun wa Muwatinat ha offerto forse la lettura più lucida: l’accordo è stato confezionato dagli Stati Uniti per compensare Israele dopo la scelta di Trump di congelare il confronto con l’Iran, e il prezzo lo pagano i libanesi. La priorità assoluta, secondo questa voce della società civile, resta scongiurare la fitna, una responsabilità che ricade su tutti i leader politici del paese, indipendentemente dalla loro posizione sull’accordo.

