Il conflitto scoppiato il 28 febbraio con l’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nel suo secondo mese senza che i ripetuti annunci di Donald Trump su “enormi progressi” nei negoziati riescano a rassicurare i paesi della regione. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar Majed al-Ansari ha ribadito più volte la posizione di Doha: «Sosteniamo tutti gli sforzi diplomatici in questo ambito, che siano comunicazioni, canali ufficiali o non ufficiali, e tutto ciò che potrebbe condurci a una soluzione diplomatica di questa guerra». La posizione del Qatar è netta: la guerra «deve concludersi per via diplomatica» e «l’annientamento totale della Repubblica islamica non è un’opzione». Ancora più diretto il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi che ha rivolto un appello personale a Trump: «La prego, nessuno tranne lei può fermare la guerra», in rappresentanza di un paese la cui economia già fragile subisce le conseguenze dirette del conflitto.
Il vertice di Islamabad e il nuovo asse regionale
Nel fine settimana scorso Islamabad ha ospitato un incontro quadripartite tra i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e Turchia — quattro grandi potenze musulmane che, messe da parte le rivalità storiche, hanno cercato una via comune verso la de-escalation. Il comunicato finale chiede una soluzione diplomatica nel rispetto della sovranità degli stati e la garanzia della navigazione internazionale, ma — come osserva l’analista Khaled Mohamad Batarfi su al-Madina — «non contiene né meccanismi né calendari di applicazione». Il valore dell’incontro sta tuttavia nella sua architettura: secondo Ali Awadh Asseri, vice-presidente dell’Istituto internazionale di studi iraniani a Riyad, «la riunione di Islamabad ha stabilito una via diplomatica credibile in un momento in cui l’escalation continua» e «l’esistenza di un canale di fiducia, sostenuto da attori regionali allineati, crea uno spazio per la de-escalation e per una negoziazione strutturata». Il Pakistan, paese mediatore accettato da entrambe le parti, riconosce però i propri limiti: il suo ministro degli Esteri ha ammesso che non sono in corso trattative dirette e che Islamabad svolge per ora un ruolo di semplice messaggero.
La Turchia e lo spettro di un mondo multipolare
All’interno del nuovo quadro diplomatico la Turchia emerge come attore particolarmente attivo. Ibrahim Kalin, capo dell’intelligence turca, ha lanciato un messaggio inequivocabile ai paesi del Golfo: «Gli attacchi dell’Iran ai paesi del Golfo sono inaccettabili, ma non dobbiamo mai dimenticare chi ha iniziato questa guerra», con un riferimento esplicito a Israele. Ankara denuncia che chi ha innescato il conflitto punta a creare «nuove realtà sul campo» in Libano, Siria e nei territori palestinesi attraverso politiche di occupazione e annessione. Nel frattempo il ministro degli Esteri pakistano si è recato a Pechino dove ha concordato con l’omologo cinese di «rafforzare la comunicazione strategica riguardo alla situazione in Iran»: un segnale che suggerisce come, dietro la crisi mediorientale, si stia lentamente consolidando un ordine multipolare in cui potenze non occidentali pretendono un ruolo nelle decisioni globali.

