Secondo l’analista dei mercati energetici Seb Kennedy, fondatore della newsletter Energy Flux, l’Iran esce dalla crisi rafforzato e potrebbe d’ora in poi imporre le proprie condizioni tanto agli avversari quanto ai vicini del Golfo. Il protocollo d’intesa prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma solo per sessanta giorni e a titolo gratuito: dopodiché Teheran potrà riscuotere pedaggi sul transito commerciale, una facoltà che non aveva mai esercitato prima. Circa 25 miliardi di dollari di attivi iraniani congelati potrebbero essere sbloccati persino prima dell’avvio dei negoziati formali, e le capitali del G7 discutono di una revoca immediata del regime di sanzioni in caso di firma dell’accordo di pace. Per Kennedy si tratta di una resa umiliante per Washington: gli Stati Uniti hanno ottenuto la riapertura di uno stretto che era già aperto prima del conflitto, cedendo in anticipo le proprie principali leve di pressione. L’Iran, spiega l’analista, ha semplicemente preso in ostaggio l’economia mondiale per costringere le capitali occidentali ad allinearsi alle proprie richieste, e ci è riuscito. Israele resta l’ostacolo principale a un accordo duraturo: Tel Aviv non ha alcun interesse a una pace stabile, perché essa significherebbe, nella sostanza, la fine del regime politico di Netanyahu. Un confronto diretto tra Washington e Gerusalemme appare sempre più probabile, soprattutto se l’amministrazione Trump dovesse accettare concessioni significative sul dossier nucleare, che rimane il nodo irrisolto per eccellenza: l’Iran non ha ceduto sulle sue linee rosse, e nulla lascia intravedere perché dovrebbe farlo.
Il fronte interno
Sul fronte interno iraniano, il quadro è più complesso e amaro. La notizia dell’accordo, annunciata da Donald Trump, non ha fatto scendere gli iraniani in piazza a festeggiare. Per molti, come racconta Arash, trentaseienne proprietario di un caffè a Teheran, la pace significa semplicemente non sentire più esplosioni di notte, trovare i negozi aperti, poter fare progetti anche solo a una settimana di distanza. La borsa di Teheran è tornata in positivo e il crollo del rial si è fermato, segnali di un ottimismo prudente e viscerale, più che politico. Ma la stanchezza prevale sull’entusiasmo: «L’anno scorso mi ha talmente esaurita che tutto questo non mi tocca più di tanto», dice Goli, ventinove anni, insegnante. Il discorso ufficiale della «resistenza vittoriosa» ricorda a molti il linguaggio che lo Stato usa sempre dopo ogni catastrofe, trasformando le perdite pubbliche in capitale propagandistico. Nel frattempo, la mattina del martedì successivo all’annuncio, due detenuti arrestati durante le manifestazioni di gennaio sono stati giustiziati: un messaggio più eloquente di qualsiasi discorso. La guerra ha inferto il colpo di grazia alla società civile già devastata dalle repressioni, rendendo l’organizzazione collettiva ancora più difficile e intensificando la paura. L’opposizione in esilio che scommetteva su un cambio di regime indotto dall’esterno ha visto crollare le proprie illusioni: il regime ha resistito alle bombe e alle sanzioni, e sono stati i cittadini comuni a pagarne il prezzo. Gli iraniani credono alla fine della guerra, ma non ancora alla pace. E solo il futuro dirà se questo accordo spingerà la Repubblica Islamica a riformarsi, a diventare più violenta o a implodere sotto il peso delle proprie contraddizioni.

