Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha decretato il 2026 come “l’anno della democrazia palestinese”, promettendo una trilogia di processi elettorali che dovrebbe coinvolgere i palestinesi dal novembre all’aprile. Tuttavia, dietro il linguaggio riformista e le promesse democratiche si cela una strategia ben orchestrata di consolidamento del potere di Fatah e di esclusione sistematica del principale rival politico palestinese: Hamas.
Il meccanismo dell’esclusione
Il 27 gennaio 2026, Abbas ha firmato un decreto che modifica la legge elettorale per le elezioni comunali previste per il 25 aprile. La modifica introduce un requisito fino ad oggi mai applicato: tutti i candidati dovranno sottoscrivere un impegno scritto ad accettare il programma politico dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), rinunciando esplicitamente alla lotta armata e riconoscendo sia il diritto all’esistenza di Israele che il quadro della soluzione a due Stati.
Questi sono i termini a cui Hamas non ha mai aderito e continua a rifiutare. Di conseguenza, il movimento islamista e altre fazioni radicali di opposizione come la Jihad Islamica rimangono effettivamente barrate dalle urne. Non è democrazia partecipativa – è democrazia su misura.
L’obiettivo dichiarato e il non detto
Sebbene il decreto formalmente si applichi solo alle elezioni municipali di aprile, gli analisti che monitorano la politica palestinese sono unanimi nel ritenere che rappresenti un precedente e un test per escludere Hamas anche dalle più importanti elezioni del Consiglio Nazionale Palestinese previste per novembre. Abbas ha stesso confessato in diverse occasioni che Hamas “non avrà alcun ruolo” nel governo futuro né della Palestina nel suo complesso.
È una mossa che ricorda le tattiche autoritarie classiche: cambiare le regole non quando si è deboli, ma quando si è abbastanza forti da farla franca. Abbas governa dal 2005 in un mandato che doveva durare quattro anni – siamo ora al ventunesimo anno di quella “transizione temporanea”.
Pressioni internazionali
Gli emendamenti alle leggi elettorali non vengono da un vuoto teorico. Sono il risultato diretto della pressione dell’amministrazione Trump, che ha sollecitato Abbas a implementare “significative riforme” nelle istituzioni dell’Autorità palestinese come condizione per il riconoscimento internazionale e il finanziamento continuo.
Abbas, che dipende dal supporto militare e finanziario degli Stati Uniti e dall’appoggio diplomatico internazionale, ha trovato conveniente trasformare queste pressioni in una metodologia di consolidamento interno del potere. Con il linguaggio delle “riforme democratiche” richieste dall’Occidente, Abbas realizza ciò che è sempre voluto: un sistema politico monopartitico di fatto, dominato da Fatah.
Tessuto democratico in frantumi
Il risultato è una democrazia virtuale, dove le forme procedurali (elezioni, seggi, voti) rimangono intatti, ma il contenuto sostanziale – la pluralità, la competizione reale tra candidati di differenti ideologie, la rappresentanza autentica – viene svuotato. Le elezioni comunali coinvolgeranno 420 enti locali e 1,5 milioni di cittadini aventi diritto al voto, ma questi voteranno principalmente per candidati Fatah e liste indipendenti.
Allo stesso modo, il Consiglio Nazionale Palestinese, composto storicamente da rappresentanti nominati delle varie fazioni palestinesi, dovrà ora essere eletto “democraticamente” tramite voto popolare – un cambio che suona riformista ma, data l’esclusione preventiva di Hamas e di chiunque non accetti in toto il programma dell’OLP, risulta essere una ratifica democratica di ciò che Abbas vuole comunque: il controllo incontrastato del sistema politico palestinese.
La legittimità internazionale come salvagente
Ciò che rende particolarmente problematico questo scenario è il contesto geopolitico. La Palestina rimane occupata, la popolazione è devastata dalla guerra di Gaza, le istituzioni sono fragili. Abbas utilizza le elezioni come mezzo di legittimazione internazionale – soprattutto statunitense – dimostrando che la Palestina sta “riformandosi” e “democratizzandosi”. In cambio, riceve continuità finanziaria, riconoscimento diplomatico (come il recente riconoscimento della Francia dello Stato di Palestina) e protezione dagli eventuali vincoli internazionali.
Il congresso di Fatah a maggio: la prova di forza di Abbas prima delle elezioni nazionali
Il 14 maggio 2026 si riunirà a Ramallah l’ottavo Congresso Generale di Fatah, una convocazione strategicamente calcolata nel calendario politico palestinese. Questo vertice del movimento non è una semplice riunione interna, ma rappresenta il primo test organizzativo di Abbas prima delle elezioni del Consiglio Nazionale Palestinese previste per il 1º novembre. Il Congresso di Fatah, a differenza delle elezioni nazionali che teoricamente dovrebbero includere tutte le fazioni palestinesi, rimane controllato internamente: i delegati sono designati dalle strutture interne del movimento, i dibattiti rimangono inquadrati dalla leadership centrale, e le decisioni riflettono gli equilibri di potere già esistenti all’interno di Fatah stessa.
Per Abbas, il Congresso di maggio rappresenta l’occasione per consolidare il consenso interno, neutralizzare i dissidenti di sinistra e destra all’interno del movimento, e soprattutto per legittimare in anticipo le modifiche alle leggi elettorali che escluderanno Hamas e le altre fazioni dalle urne di novembre. Se il Congresso di Fatah passerà senza significative contestazioni alle politiche di Abbas – sulla modifica della legge elettorale, sull’esclusione preventiva di Hamas, sul modello di rappresentanza – allora Abbas avrà dimostrato di controllare il movimento e potrà procedere con maggiore sicurezza verso le elezioni nazionali. Il messaggio che Abbas invierà al mondo arabo, agli Stati Uniti e alla comunità internazionale sarà chiaro: Fatah è unito, la leadership è salda, la Palestina procede verso una “democratizzazione controllata”. In realtà, il Congresso di maggio è il momento in cui Abbas verifica se il suo stesso movimento lo supporterà nella strategia di blindatura democratica che caratterizzerà il resto dell’anno elettorale.

