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10 October 2026

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[Palestina] Amnesty: Israele accellera la pulizia etnica

Amnesty International denuncia il trasferimento forzato e l’annessione in Cisgiordania

Amnesty International ha pubblicato ieri un rapporto in cui sostiene che Israele sta accelerando una politica statale di sfollamento forzato e annessione territoriale in Cisgiordania — una situazione che l’organizzazione ha qualificato come una campagna di pulizia etnica contro le comunità palestinesi beduine e dedite alla pastorizia.

Il rapporto, intitolato “Cancellare tutto il palestinese — Pulizia etnica delle comunità beduine e dedite alla pastorizia perpetrata da Israele in Cisgiordania”, sostiene che il governo israeliano ha trasformato l’annessione formale in obiettivo esplicito delle proprie politiche, mettendo in pratica un’agenda nazionalista e religiosa del movimento dei coloni.

I dati del rapporto

Il documento segnala che si è accelerata l’espansione degli insediamenti e le appropriazioni di terre, è aumentato il sostegno finanziario e logistico agli insediamenti e si sono armati i coloni. Questo processo si sta verificando nell’Area C, parte della Cisgiordania che rappresenta più del 60% della sua estensione, un’area di interesse per le sue risorse naturali, le sue essenziali terre coltivabili e di pascolo e le dimensioni relativamente ridotte della sua popolazione palestinese.

AI ha citato dati dell’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), secondo cui almeno 117 comunità palestinesi, prevalentemente beduine e dedite alla pastorizia, hanno subito sfollamento totale o parziale tra gennaio 2023 e aprile 2026. In base a cifre ONU, entro la fine di aprile di quest’anno almeno 5.910 persone erano state vittime di sfollamento forzato.

Il rapporto menziona anche, basandosi su dati dell’ONG Peace Now, che al 30 aprile 2026 i coloni israeliani avevano stabilito 363 avamposti in Cisgiordania occupata; di questi, 212 sono stati creati dal 2023 e godono del sostegno attivo delle autorità israeliane.

La voce di Amnesty International

Erika Guevara-Rosas, direttrice senior di Ricerca, Incidenza, Politiche e Campagne di AI, ha spiegato a Página 12 che la conclusione dell’organizzazione , ovvero che Israele sviluppa una politica statale di pulizia etnica contro le comunità palestinesi nell’Area C,  non si basa su un fatto isolato, bensì sull’analisi cumulativa di lavoro sul campo in decine di comunità, interviste, documentazione e uno studio tecnico sulla trasformazione del territorio.

“È lì che noi determiniamo che si tratta di una politica statale di pulizia etnica, per il continuum di tutte queste violazioni, e perché si tratta degli sforzi del governo di Israele, attuale e precedente, per accelerare questo processo di annessione del territorio palestinese”, ha affermato Guevara-Rosas.

Richiesta di misure strutturali

Guevara-Rosas ha sottolineato che il contesto attuale rappresenta un momento critico per il sistema internazionale di protezione dei diritti umani, a causa del livello di impunità con cui diversi Stati commettono gravi violazioni del diritto internazionale.

Ha criticato l’insufficienza di alcune misure recenti adottate dalla comunità internazionale, come le sanzioni individuali, sostenendo che senza meccanismi effettivi di responsabilità le violazioni continueranno:

“L’Unione Europea deve finalmente sospendere l’accordo di associazione con Israele — ovvero adottare misure strutturali, sistemiche, reali — per combattere l’impunità e fare pressione su Israele affinché fermi questi atti di violenza e queste gravissime violazioni e crimini ai sensi del diritto internazionale”.

Ha aggiunto che nella misura in cui gli Stati non assumono il loro impegno internazionale in materia di diritti umani e non mettono fine ai trasferimenti di armamenti, Israele continua a ricevere il messaggio che ha carta bianca per commettere queste atrocità.

Speranza e resistenza

Guevara-Rosas ha infine affermato che per AI portare avanti questa ricerca lascia un certo senso di disperazione, ma ha sottolineato che tale sensazione non può prevalere di fronte alla realtà delle comunità colpite:

“Non abbiamo il diritto a questa disperazione, proprio perché sono le comunità palestinesi, le comunità beduine e quelle dedite alla pastorizia, in questo caso del rapporto, quelle che continuano a resistere, che continuano a lottare in modo pacifico per il risarcimento del danno, per restituire i propri diritti, per poter tornare alle proprie comunità. In tutta questa disgrazia, in questa catastrofe umanitaria, esiste anche la speranza e la resilienza”.

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