Il 15 maggio il mondo ricorda la Nakba, la catastrofe che nel 1948 espulse centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case. Ma a Gerusalemme quella catastrofe non è mai finita. Si rinnova ogni anno, puntuale come un rito, nella cosiddetta “Marcia delle Bandiere” che celebra la conquista israeliana della città nel 1967. Quest’anno, come nei precedenti, i cori che hanno risuonato tra i vicoli della Città Vecchia non lasciavano spazio all’ambiguità: “Morte agli arabi”, “i vostri villaggi bruceranno”, “Gaza è un cimitero”. Non urla isolate di fanatici ai margini, ma il sottofondo sonoro di un evento finanziato dal Comune di Gerusalemme e dai ministeri del governo israeliano.
Una festa di Stato per l’odio
I partecipanti alla marcia sono stati trasportati con bus organizzati da ogni angolo di Israele e dagli insediamenti in Cisgiordania. In prima fila sfilava il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. A chiudere in bellezza, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha issato la bandiera israeliana davanti alla moschea di Al-Aqsa, il terzo sito più sacro dell’Islam, ballando e cantando “Il Monte del Tempio è nelle nostre mani”. Sul suo Telegram ha poi scritto: “59 anni dopo la liberazione di Gerusalemme, possiamo dire con orgoglio: abbiamo riportato la nostra sovranità sul Monte del Tempio.” La provocazione era calcolata, la regia istituzionale evidente.
Bambini lanciati contro l’altro
Quello che colpisce di più nei resoconti dei giornalisti presenti è la giovane età dei protagonisti della violenza. Ragazzini di undici, dodici anni, con le kippot e i riccioli laterali, che correvano per il Quartiere Musulmano rovesciando merci, spaccando bottiglie, sputando sui residenti arabi e sui reporter. Una giornalista ha raccontato di essere stata speronata da uno scooter, colpita da bottiglie d’acqua e caffè, circondata da una folla di minorenni che le urlavano in faccia. Migliaia di agenti di polizia erano schierati in zona, ma il loro intervento si limitava a proteggere i marciatori e ad allontanare gli attivisti di sinistra e i giornalisti, non a fermare le aggressioni. “Vai, vattene!” le ha urlato un agente di frontiera spingendola, con il tesserino stampa ben visibile.
Voci contro il silenzio
Non tutti si sono girati dall’altra parte. Il movimento ebraico-arabo “Standing Together” ha schierato 400 volontari in gilet catarifrangenti per proteggere i residenti palestinesi. Tra di loro anche un anziano ultra-ortodosso venuto dal nord di Israele: “Sono inorridito dalla violenza di persone della mia comunità. Lo fanno in nome nostro, e questo è un oltraggio al nome di Dio.” Un commerciante palestinese, con un segno rosso sul braccio dove era stato spinto, ha chiesto a una reporter: “Perché sta succedendo questo?” Lei lo ha accompagnato fino a Porta di Damasco. “Cerco solo esseri umani, persone con umanità”, le ha detto. Si sono salutati augurandosi pace. Ma qualcosa in quelle parole, ha scritto lei, suonava impossibilmente vuoto.

