In un editoriale pubblicato su Al Jazeera Mariam Barghouti smonta la narrazione ufficiale israeliana e mette in luce come l’annessione della Cisgiordania stia procedendo silenziosa, metodica e apparentemente legale attraverso cae bollate invece che con i cannoni.
Il piano di registrazione delle terre
A metà febbraio 2026, il governo israeliano ha approvato una proposta per registrare le terre palestinesi in Cisgiordania come “proprietà statale”. Il progetto, sostenuto dai ministri di estrema destra Bezalel Smotrich, Yariv Levin e Israel Katz, prevede 35 nuovi uffici e un budget di 244 milioni di shekel (circa 79 milioni di dollari) per il periodo 2026–2030. L’autrice sottolinea che il processo di registrazione fondiaria era stato congelato dal 1967: la sua ripresa non è quindi una novità tecnica, ma un salto qualitativo nella strategia territoriale israeliana.
Dal militare al civile: una trasformazione silenziosa
Il cuore dell’analisi riguarda l’Area C, che costituisce oltre il 62% della Cisgiordania. Attraverso la nuova politica, questa zona passa dall’amministrazione militare israeliana alla governance civile diretta, tramite il Land Title Settlement Administration del Ministero della Giustizia israeliano. È una trasformazione profonda: non si tratta di occupazione temporanea, ma di sovranità amministrativa permanente.
L’autrice inquadra questo passaggio all’interno degli Accordi di Oslo del 1993–1995, che avevano suddiviso la Cisgiordania in Aree A, B e C come “soluzione provvisoria” mai diventata definitiva. Il risultato è stato quello di lasciare l’Area C — la più vasta e ricca di risorse — sotto controllo israeliano totale, trasformandola, scrive l’autrice, nel vero campo di battaglia.
La conquista burocratica del XXI secolo
L’aspetto più incisivo dell’editoriale è la lettura storica e politica che offre: se nel 1948 la conquista territoriale sionista avvenne attraverso guerre, espulsioni di massa e ridisegno dei confini, oggi essa opera attraverso strumenti amministrativi e catastali. Una volta che una terra viene iscritta nel registro israeliano come “proprietà statale” diventa una realtà legale molto più difficile da contestare di una semplice occupazione militare.
Non è un caso, nota l’autrice, che Smotrich abbia presentato il piano come un tentativo di porre fine al “caos attuale, dannoso per tutti — ebrei e arabi allo stesso modo”. Il linguaggio neutro è parte della strategia: abbassare l’allarme internazionale, normalizzare la spoliazione, presentarla come una pulizia burocratica ordinaria.
Un precedente che i palestinesi conoscono bene
L’editoriale si chiude con un richiamo alla memoria collettiva palestinese. Dopo la Nakba del 1948, circa 150.000 palestinesi rimasero nel territorio che divenne Israele: videro le loro terre sparire attraverso meccanismi legali simili. Per i palestinesi di oggi, questo piano non è un’escalation nuova, ma la solidificazione di una presenza coloniale che procede da decenni — e che ora, indebolita sul piano reputazionale dalla guerra genocida a Gaza, cerca nella burocrazia il proprio strumento di sopravvivenza politica.

