Arrivano da Gaza notizie che hanno il sapore della disperazione e dell’inganno. Non è nuovo il dolore in quella terra ma il modo in cui si manifesta adesso ha qualcosa di più freddo, più calcolato. Come quando si vede chiaramente il volto di chi mente.
153 persone salgono su un aereo. Hanno pagato migliaia di dollari ciascuna, il denaro della speranza o quello della rovina, difficile dire. Vengono da Gaza e vanno in Sudafrica, passando per posti che non vedono nei loro piani, attraversando scorte di eserciti che li accompagnano come guardie non amichevoli. L’organizzazione che gestisce tutto si chiama al-Majd, la gloria, nome strano per un’operazione così disperata. Nessuno sa davvero dove stiano andando fino a quando non ci sono già dentro.
Un aereo charter della compagnia Global Airways decolla da Ramón Airport nel sud di Israele e vola verso il Sudafrica il 13 novembre 2025. Transita per Nairobi in Kenya, sebbene nessuno sappia bene perché, e atterra alle otto del mattino all’aeroporto O.R. Tambo di Johannesburg. A bordo ci sono 153 persone che non hanno passaporti con timbri di uscita. Rimangono ferme sulla pista per dodici ore, intrappolate nel loro stesso documento. Prima di salire, hanno dovuto lasciare tutto: telefoni, documenti ed effetti personali. Nulla che potesse identificarli in modo indipendente. Alcuni di loro, mentre volano verso il Sudafrica, portano visti per il Canada, per l’Australia, per la Malesia. Nessuno sa dove stiano andando davvero. Un uomo di nome Imtiaz Sooliman racconta che i passeggeri hanno scoperto la destinazione solo quando si trovavano già su un aereo che sorvola Kenya. Due settimane prima, un altro aereo con 176 persone aveva fatto lo stesso viaggio, lo stesso percorso opaco, le stesse domande senza risposta.
Al-Majd Europe è un’organizzazione fondata a Gerusalemme nel 2010, ufficialmente è un ente umanitario. Ma il suo profilo è fantasma, niente contatti verificabili, niente partner credibili, niente struttura organizzativa trasparente. Dentro Gaza opera in silenzio. Chi vuole partire si registra online. La documentazione viene raccolta da persone che lavorano negli ospedali, negli uffici civili, pulitori che guidano i candidati verso contatti nascosti. Il prezzo è tra 1.700 e 5.000 dollari per persona. Una volta pagato, al-Majd ti mette in fila. Ma prima di qualsiasi partenza, Israele deve approvare. I dettagli vanno tutti al coordinamento israeliano che avalla o rigetta le partenze. Israele verifica l’identità, la sicurezza, lo scopo del viaggio. Nulla si muove senza il via libera dello stato occupante. I candidati poi escono da Gaza attraverso Kerem Shalom, il valico controllato da Israele, e arrivano all’aeroporto Ramón. COGAT, l’organismo israeliano di coordinamento, ha confermato pubblicamente che circa 250 gazawi hanno utilizzato questa strada. Almeno 329 persone in poche settimane hanno usato questa rotta. Ventitré del secondo volo hanno continuato verso il Canada, l’Australia, la Malesia. Nessuno sa dove siano adesso. Quello che rimane certo è che al-Majd opera un meccanismo sofisticato e redditizio di esodo coordinato direttamente con le autorità israeliane.
Restare a Gaza?
Le donne piangono quando vedono i loro figli bagnati d’acqua e fango, le acque di novembre che scendono dal cielo come una punizione. Non hanno dove andare. Le loro tende, centorentamila circa, sono pezze di tela che non fermano nulla. Il novanta per cento di esse non è più abitabile, dicono i numeri, ma i numeri non raccontano di una madre che stringe un neonato mentre l’acqua sale sui materassi.
Seicento camion di aiuti dovrebbero entrare ogni giorno. Ne entrano centocinquanta. Come contare le razioni mentre la gente ha fame: è una matematica che non porta a nulla di buono. Migliaia di richieste di tende, di coperte, di generatori per il freddo, tutte respinte. La parola no, quando ripetuta abbastanza volte, comincia a sembrare naturale.
Un numero disumano di palestinesi sono già morti. Un numero ancora più grande e mai accontato sono i feriti. Sono numeri che pesano come pietre, e pietre come queste non galleggiano in acqua. Una linea gialla divide la terra, dritta e invisibile come un’idea malvagia. Quando i palestinesi si avvicinano, le armi sparano. Sono stati avvertiti? Forse. Ma le avvertenze in quella terra sono scritte in una lingua che non tutti capiscono.
C’è un piano, si dice, un piano per la pace. Divide Gaza in zone, come si divide la carcassa di un animale. Una zona verde dove si ricostruirebbe, se mai si ricostruisse qualcosa. Una zona rossa dove resta tutto com’è, o peggio. Qualcuno deve decidere questo, qualcuno seduto attorno a un tavolo che non ha mai visto la pioggia su una tenda, che non ha mai contato i propri figli per assicurarsi che siano ancora vivi.
l’Egitto dice no. Una voce sola e ferma in un coro di voci confuse. Lo spostamento significa cancellare un popolo dalla propria terra, e questo non può accadere. Non qui, non di nuovo. Ma quando un no viene sussurrato mentre tutti gridano, chi lo sente?
Oggi c’è acqua dove non dovrebbe esserci acqua, e assenza di acqua dove dovrebbe abbondare. C’è il movimento di persone che credono di andare verso qualcosa e invece vanno verso il nulla, o verso un’altra forma di nulla. C’è la divisione di una terra con una linea che nessuno può toccare, anche se la possono attraversare per sbaglio e morire.
le organizzazioni raccontano quello che vedono. Alcuni raccontano di crudeltà, altri di complicità, altri ancora di situazioni che non sanno come raccontare. Tutti raccontano storie diverse dello stesso dolore, come se il dolore stesso potesse avere dialetti diversi.
dentro le tende bagnate, i bambini dormono accanto a madri che non dormono. Accanto ai figli che volano verso il Sudafrica su un aereo che nessuno aveva detto loro che avrebbe volato. Accanto ai corpi di chi non è riuscito a sopravvivere all’acqua, al freddo, all’assenza di scelta.
è novembre e fa freddo. è novembre e piove. è novembre e le persone continuano a morire in una terra che non vogliono lasciare e in cui non possono restare. Un’altra pagina in una storia che non finisce mai, scritta in inchiostro che puzza di acqua e di sangue.
reportage di Muhammad Hamouda
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