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14 October 2026

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[Palestina]Gaza, tre anni di genocidio e la minaccia di ricominciare

Sono passati tre anni da quando, nell’ottobre del 2023, ha avuto inizio uno dei genocidi più documentati dell’età contemporanea. Un genocidio che il mondo ha seguito in diretta, giorno dopo giorno, e che ancora oggi continua sotto gli occhi di tutti. Il bilancio è di circa 74mila morti e oltre 175mila feriti. Gaza, nel frattempo, è stata rasa al suolo. Oggi le bombe fanno meno rumore, ma i vertici israeliani non smettono di evocare il ritorno alla guerra totale; e quest’anno l’anniversario del 7 ottobre cade nel pieno della campagna elettorale, in vista del voto del 27 ottobre, con una retorica che si fa ogni giorno più minacciosa. Il ministro della Difesa Israel Katz ha promesso ai palestinesi della Striscia nuovi capitoli di distruzione, sostenendo che Hamas e le altre fazioni stiano preparando il sequestro di un soldato o di un colono. Benjamin Netanyahu ha rilanciato la stessa versione, annunciando che Israele avrebbe sventato il piano rispondendo con durezza. Eppure lo stesso apparato di sicurezza israeliano ammette di non avere né prove né indizi concreti a sostegno dell’allarme lanciato dalla politica. È proprio questa sproporzione, insieme alla sorveglianza d’intelligence sempre più stretta che da settimane avvolge la Striscia, ad alimentare un sospetto, che si stia costruendo a tavolino un pretesto per una nuova offensiva. Una fonte della sicurezza della resistenza palestinese parla apertamente di un’operazione pianificata, un falso rapimento da attribuire ad Hamas per giustificare un’escalation su larga scala.

Una tregua che esiste soltanto sulla carta
Dalla firma dell’accordo di Sharm el Sheikh, nell’ottobre dello scorso anno, il cessate il fuoco non ha mai davvero fermato l’esercito israeliano. Raid aerei e colpi d’artiglieria sono proseguiti con regolarità, e negli ultimi dieci mesi hanno ucciso 1.462 palestinesi e ne hanno feriti 5.151. È un genocidio a bassa intensità, che colpisce anche tutto ciò che rende possibile la vita. Trentotto ospedali, che servivano circa 150mila feriti, sono stati deliberatamente messi fuori uso; 25mila persone avrebbero bisogno di cure urgenti all’estero, tra cui 5mila amputati, ma Israele continua a impedirne l’uscita. Circa il 90 per cento delle reti fognarie, dei pozzi e degli impianti di desalinizzazione è distrutto, così come oltre l’81 per cento del tessuto edilizio. Intere città, che occupavano circa il 60 per cento del territorio, sono state cancellate dalla mappa (Beit Hanoun, Jabalia e il suo campo profughi, Rafah, Khan Younis, oltre a interi quartieri a est di Khan Younis), e un milione e duecentomila persone vivono ora sfollate nelle tende. Gli aiuti promessi arrivano col contagocce. I camion ammessi ogni giorno sono scesi da 600 a 200; entrano bibite gassate e beni non essenziali, mentre restano bloccati materiali da costruzione, ricambi, perfino olio per motori e carburante. Circa 500 istituti scolastici sono fuori servizio e 600mila studenti hanno perso la scuola. L’UNRWA, che assisteva più di un milione di sfollati e accoglieva nelle sue aule oltre 300mila persone, viene sistematicamente ostacolata; così decine di migliaia di ragazzi studiano seduti per terra, sotto teli di nylon, con insegnanti che lavorano da volontari, mentre più di 12mila docenti pubblici non ricevono lo stipendio con regolarità.

Una corsa elettorale verso la guerra
Il paradosso è tutto qui. I responsabili di questa distruzione, contro i quali la Corte penale internazionale ha emesso nel novembre 2024 mandati d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, non solo rivendicano ciò che hanno fatto; promettono di rifarlo. Katz si è spinto oltre, minacciando di trattare le città della Cisgiordania come Gaza, con piani già pronti da attivare qualora la regione venisse percepita come una minaccia analoga; tutto questo mentre la Cisgiordania e i valichi verso la Striscia restano chiusi per l’anniversario del 7 ottobre. Sono parole che trovano terreno fertile in una società israeliana scivolata in blocco verso l’estrema destra, dove l’obiettivo di «eliminare Hamas» è diventato il lasciapassare trasversale per riaprire la guerra, condiviso da quasi tutti i partiti in corsa. Sulle pagine di Haaretz il giornalista Gideon Levy ha denunciato questo consenso parlamentare, tanto più inquietante in un paese che il genocidio non lo ha mai nemmeno riconosciuto. Tutti i leader di partito, ha osservato Levy, con l’unica eccezione per ora di Yair Golan, alla guida dei Democratici, chiedono di tornare alla guerra totale. Il quotidiano ha definito questa linea come l’idea più folle mai concepita nella storia del paese; perché chi oggi parla di distruggere Hamas, in realtà, invoca apertamente la distruzione di ciò che resta di Gaza. Una scelta terribile per la Striscia. E, prima ancora, per Israele stesso.

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