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10 December 2025

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[Siria] Il paese necessita del ritorno simbolico degli Omayyadi

Nel dicembre 2024, pochi giorni prima della caduta del regime di Bashar al-Assad, il cantante siriano Majid el-Khaldi pubblica su YouTube un video provocatorio: in uno studio dai toni cupi, con i capelli impomatati e una maglietta nera, canta a ritmo marziale “Gli Omayyadi, la loro essenza è oro”. Alle sue spalle, un quadro celebra la dinastia che governò il mondo musulmano tra il 661 e il 750, e poi Al-Andalus fino all’XI secolo. Sullo sfondo, il drappo con le tre stelle rosse della rivoluzione siriana. Nei versi – fortemente anti-iraniani e anti-sciiti – l’artista proclama: “Sono un musulmano arabo, non un subordinato dell’Iran… la via di Khamenei è scritta nel crimine”.

Pubblicato mesi prima della caduta di Assad, il brano testimonia però un fenomeno riemerso negli ultimi anni: la riscoperta – o la strumentalizzazione – degli Omayyadi come simbolo nazionale o religioso. Sui social, il riferimento storico è usato tanto dai sostenitori del nuovo potere quanto dai suoi oppositori. I primi celebrano una Siria che rinasce dopo la fine del regime; i secondi vi vedono il segno di un ritorno all’arabismo sunnita e alle tensioni confessionali riaccese dai massacri anti-alaouiti e anti-druzi del 2024.

Secondo lo scrittore siriano Odai Alzoubi, questa fascinazione per gli Omayyadi non è nuova: “La Siria non ha mai conosciuto una gloria come quella di Damasco sotto gli Omayyadi. È l’unica volta in cui fu il cuore di un impero”. L’eco di quell’epoca, ricorda, vive nella poesia di Nizar Kabbani, nella voce di Feyrouz, negli scritti di Mohammad Kurd Ali, ma anche nella retorica panaraba di Hafez e, in parte, di Bashar al-Assad. Come in ogni nazione, la memoria storica è manipolata per costruire o ricostruire identità politiche, spesso mitizzando i protagonisti.

Per la politologa Élise Daniaud Oudeh, la rinascita di questo immaginario risponde a un bisogno di giustizia morale e di risarcimento simbolico dopo anni di guerra e di spoliazione. “La caduta dell’identità siriana imposta dal Baas ha lasciato un vuoto. Rievocare gli Omayyadi significa per molti cercare un passato ordinato e glorioso, rifugio contro l’umiliazione collettiva.” Ma altri temono che questa memoria selettiva nasconda derive settarie e vendette confessionali.

La rilettura confessionale degli Omayyadi, infatti, è recente. Essa risale al riacutizzarsi del conflitto sunnita-sciita, nato con la disputa sulla successione del profeta Maometto nel VII secolo: quando il governatore di Siria, Mu‘awiya, strappò il potere ad Alì e fondò la dinastia omayyade, gli sciiti considerarono l’episodio un tradimento che culminò nella tragedia di Karbala, nel 680. Durante la guerra civile siriana (2011–2024), il massiccio sostegno iraniano ad Assad e la presenza di milizie sciite hanno riattualizzato quella frattura storica. “Già nel 2012 si vedevano pellegrini sciiti insultare i compagni del Profeta nei quartieri sunniti di Damasco,” racconta Alzoubi. “In risposta, molti siriani hanno rivendicato la loro eredità omayyade.”

Nel 2024, immagini di pellegrini che profanavano la tomba di Mu‘awiya a Damasco con le scarpe hanno scatenato indignazione. Da allora, la figura omayyade è divenuta strumento politico. Il nuovo presidente siriano Ahmed el-Chareh non ne parla apertamente, ma i gesti simbolici restano eloquenti: il giorno della “liberazione” si è recato proprio alla grande moschea degli Omayyadi per pronunciare il suo discorso di vittoria. “Era un atto carico di significato – spiega Alzoubi – perché tutti i conquistatori di Damasco, da Ibn Touloun a Saladino, vi si recavano dopo una vittoria.”

A febbraio 2025, una serie di video del presidente a cavallo, rilanciati online e modificati con intelligenza artificiale, ha ulteriormente alimentato la narrativa. Su Instagram, le immagini sono state infarcite di simboli visivi e musicali ispirati agli Omayyadi. Odai Alzoubi ritiene che il potere incoraggi queste associazioni “senza assumerle ufficialmente”: una retorica diffusa da influencer e personalità mediatiche legate, ma non direttamente al governo.

Resta da capire se questo “ritorno” durerà. La nostalgia degli Omayyadi si fonda più sul mito che sulla realtà. All’epoca, la Siria non era pienamente islamizzata: fino all’XI secolo la maggioranza della popolazione era cristiana, e i califfi stessi erano spesso più pragmatici che pii. Ma in un Paese devastato da tredici anni di guerra e di divisioni, quel lontano splendore continua a offrire a molti un’illusione di unità e di grandezza perduta.

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