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Gerusalemme
14 October 2026

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[Turchia] “La nostra sicurezza inizia da Beirut”, Erdogan riscopre i confini ottamani

Le parole di Erdoğan risuonano come un campanello d’allarme: Israele non è più soltanto una minaccia per i palestinesi o per i suoi vicini immediati, ma un pericolo per la sicurezza nazionale turca. Nel suo discorso al gruppo parlamentare dell’AKP, il presidente turco ha accusato Israele di aver «commesso il genocidio più atroce della storia a Gaza», di aver attaccato l’Iran e di aver iniziato l’occupazione del Libano. Ha definito lo Stato ebraico una «ferita purulenta» e una minaccia «non solo per la regione, ma per l’intera umanità». La risposta di Netanyahu non si è fatta attendere: ha bollato Erdoğan come «dittatore antisemita che stermina i curdi e reprime il suo popolo».

Beirut e Damasco, periferia di Istanbul

Al cuore del discorso di Erdoğan c’è una visione geopolitica precisa: la sicurezza turca non inizia dal confine di Hatay, ma da Aleppo, Damasco e Beirut. Siria e Libano vengono descritte come «paesi fratelli nella geografia dell’amore turco», le loro capitali «città sorelle di Istanbul». È un linguaggio che evoca apertamente la geografia ottomana, e che segna un cambio di registro significativo: Ankara non considera più la destabilizzazione regionale israeliana come un problema altrui.

Il fantasma ottomano e la corsa a Gerusalemme

Ancora più rivelatore è il contesto interno turco. Il ministro dell’Interno Çevikcì ha dichiarato di sognare di essere «governatore di Gerusalemme anche solo per un giorno», mentre Kılıçdaroğlu, storico avversario laico di Erdoğan, ha sorpreso tutti affermando che «la Turchia deve stare nella geografia ottomana» e che presto si pregherà insieme a Gerusalemme. Il commentatore filo-governativo İbrahim Karagül ha scritto che «il genocidio di Gaza ha risvegliato il trauma della caduta di Gerusalemme nel 1917», aggiungendo che «i vecchi registri vengono rimessi sul tavolo». Un’intera classe politica turca, trasversalmente, sembra riscoprire un vocabolario imperiale che la guerra a Gaza ha riportato in superficie.

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