Erano usciti dalle tende per un momento di tregua dal caldo asfissiante, gli abitanti del porto di Gaza City ridotto ormai a un enorme accampamento di sfollati; alcuni sorseggiavano un tè al «Sweet and Bitter», il piccolo caffè dei pescatori affacciato sul molo. È lì che martedì due missili israeliani hanno colpito, in pochi secondi, trasformando uno dei rari spazi di socialità rimasti a una popolazione ridotta alla sopravvivenza in un luogo di massacro.
I dati raccolti dagli ospedali di Gaza parlano di almeno sei o sette morti, tra cui un bambino; il numero potrebbe essere più alto, perché secondo Al Jazeera Arabic l’intensità dell’esplosione ha proiettato alcuni corpi in mare. All’ospedale al Shifa hanno ricevuto sei salme e tredici feriti, uno dei quali è morto in serata; un cadavere, riferisce Middle East Eye, è arrivato talmente dilaniato da risultare irriconoscibile. Il portavoce della protezione civile di Gaza, Mahmoud Bassal, ha parlato di un raid contro le tende degli sfollati; un testimone, Mohammed Alghoul, ha raccontato all’AFP che gli aerei israeliani hanno sparato due missili proprio contro il caffè affollato.
L’esercito israeliano si è limitato a dichiarare di aver colpito una riunione di comandanti di Hamas, del corpo scelto Nukhba, responsabile del massacro del 7 ottobre, aggiungendo di aver adottato misure per ridurre al minimo il danno ai civili; non ha fornito, però, alcuna prova pubblica, né immagini, né nomi verificabili, limitandosi a promettere che i risultati sarebbero stati resi noti «una volta confermati». Hamas ha definito l’attacco un «palese disprezzo per tutti gli appelli al cessate il fuoco lanciati da mediatori e Stati garanti».
Il contesto rende ancora più cinico il tempismo dell’attacco. È avvenuto appena un giorno dopo la conclusione, senza risultati, della missione nella regione di Jared Kushner, genero e inviato di Trump, incaricato di far avanzare il piano di pace in quindici punti; sia Hamas sia Netanyahu sono usciti dagli incontri senza muovere di un millimetro le proprie posizioni. Il primo ministro israeliano continua a rifiutare qualunque ritiro dalla Striscia, di cui l’esercito occupa già circa il 60 per cento, finché Hamas non depone le armi; Hamas, dal canto suo, condiziona il disarmo al ritiro israeliano. In questo stallo studiato, a pagare sono sempre gli stessi, famiglie che hanno perso casa, ospedali, scuole, e che ora non trovano riposo neppure in un caffè sul molo.
Non è un caso isolato, ma l’ennesimo anello di una catena. Da mesi, come ha raccontato ad Al Jazeera l’inviato Hani Mahmoud, la popolazione di Gaza vive nell’imprevedibilità più totale, «potresti essere per strada, potresti essere seduto in un bar», senza alcun preavviso prima che arrivi la morte dal cielo. È in questo scenario che diverse organizzazioni per i diritti umani e relatori speciali dell’ONU hanno più volte parlato apertamente di genocidio in corso, una qualificazione che Israele respinge con fermezza, sostenendo di colpire esclusivamente obiettivi militari legittimi e di adottare ogni possibile cautela per i civili. Resta il fatto che, quando le bombe cadono su un caffè pieno di gente in cerca di un po’ di refrigerio, quella distinzione, sul terreno, smette di avere qualunque significato per chi resta a raccogliere i corpi.

