Per la prima volta un governo britannico usa la parola «illegale» riferendola non soltanto agli insediamenti, ma all’intera occupazione dei territori palestinesi. Lo ha fatto ieri ai Comuni il ministro degli Esteri Ed Miliband, annunciando il bando dei prodotti provenienti dagli insediamenti nei negozi del Regno Unito e misure contro le aziende coinvolte nella loro espansione edilizia e infrastrutturale, banche israeliane comprese. Un passaggio che pochi mesi fa sarebbe parso impensabile, se si pensa che l’ex premier Keir Starmer, subito dopo il 7 ottobre, aveva difeso in radio persino la decisione di tagliare acqua ed elettricità a Gaza.
Un paese diviso da Israele, ma non sul divieto
Il ministro ha scelto di intervenire proprio mentre l’opinione pubblica sembra già essersi mossa in quella direzione; un sondaggio Opinium per l’European Council on Foreign Relations, ripreso da Middle East Eye, registra il 46% dei britannici favorevole al blocco commerciale con gli insediamenti, contro appena il 18% di contrari. Sullo sfondo resta il progetto edilizio E1, tremilaquattrocento alloggi pensati per spezzare in due la Cisgiordania e rendere di fatto irrealizzabile la soluzione dei due stati che Londra sostiene, almeno sulla carta, dalla fine degli anni Novanta. La svolta porta la firma del nuovo premier laburista Andy Burnham, che ha informato Washington delle misure in una telefonata con Donald Trump ma non ha mai scambiato una parola con Benjamin Netanyahu da quando si è insediato, lo scorso luglio; il coro di condanna comprende altri undici paesi europei, da Danimarca a Spagna, mentre Italia e Unione Europea restano in silenzio. Miliband, figlio di una famiglia ebraica polacca sopravvissuta alla Shoah, si è intanto guadagnato la consueta accusa di antisemitismo dall’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee, che ha minacciato ritorsioni commerciali.
Sanzioni simboliche, alleanza di ferro
Va detto però che si tratta di misure quasi cosmetiche, se paragonate alla fitta rete di rapporti militari, commerciali e di intelligence che lega ancora i due paesi; Londra fornisce a Israele componenti per i caccia F35, i carri armati britannici montano tecnologie israeliane, il Regno Unito importa ingenti quantitativi di farmaci da Tel Aviv e lo scambio bilaterale vale circa sei miliardi di sterline l’anno. Non stupisce che Bloomberg preveda relazioni diplomatiche sostanzialmente invariate; ieri, peraltro, il traffico aereo di Heathrow e Gatwick si è bloccato in modo sincronico, ufficialmente per un guasto software, anche se qualcuno ha subito ipotizzato una ritorsione informatica israeliana. Dietro la mossa di Miliband si intravede infine il calcolo politico di Burnham, che non dimentica quanti seggi laburisti del nord furono messi a rischio proprio dall’appoggio incondizionato di Starmer a Israele; e che teme di perdere le prossime suppletive di Holborn e St Pancras a favore del leader verde Zack Polanski, ebreo antisionista come lui poco incline a girarsi dall’altra parte.

