Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato mercoledì l’intenzione di promuovere nuove leggi che permettano di revocare la cittadinanza a chi, a suo giudizio, «infanga» i soldati israeliani, alzando ulteriormente il livello dello scontro attorno a Naza, il documentario premio Oscar sulla guerra a Gaza prodotto dal Guardian. I due registi, Yuval Abraham e Rachel Szor, sono già bersaglio da giorni di minacce da parte di esponenti di governo, vertici militari e gruppi dell’estrema destra israeliana, che si sono radunati anche davanti alle case delle rispettive famiglie. Il film, il cui titolo riprende un acronimo usato dai servizi di intelligence israeliani per indicare in anticipo quante vittime civili ci si attende da un raid aereo, riprende inchieste pubblicate tra il 2023 e il 2025 da +972 Magazine, dal sito in ebraico Local Call e dallo stesso Guardian; alla Mostra di Venezia ha ottenuto sabato il Premio speciale della giuria, dopo una standing ovation di 25 minuti, record del festival. Il ministro della Cultura Miki Zohar, che già aveva chiesto la revoca della cittadinanza ai due autori accusandoli di tradimento, ha ringraziato mercoledì Netanyahu per l’annuncio, dicendo che «è ora di porre fine a questa vergogna»; il premier, dal canto suo, ha dichiarato che «revocheremo la cittadinanza a chiunque diffami i soldati dell’Idf nel mondo, e lo colpiremo duramente nel portafoglio», annunciando due disegni di legge, uno che raddoppierebbe a un milione di shekel il risarcimento richiedibile per diffamazione senza obbligo di provare il danno, l’altro che introdurrebbe la revoca della cittadinanza per chi diffama l’esercito o lo Stato d’Israele all’estero.
La folla assedia le case delle famiglie dei registi, tra murales e minacce di morte
Nella serata di mercoledì, decine di attivisti di destra si sono radunati davanti alla casa dei genitori di Rachel Szor; tra gli organizzatori figuravano collaboratori legati al partito Otzma Yehudit del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, e in alcuni messaggi circolati nei gruppi attivisti comparivano espliciti inviti alla violenza. Sul posto sono intervenute polizia e polizia di frontiera; un manifestante ha invocato la «pena di morte per i traditori» e chiesto la demolizione delle case delle famiglie dei registi. Ben Gvir aveva già definito i due autori «una vergogna», mentre Netanyahu aveva bollato il film come «intollerabile», accusandolo di dipingere l’esercito come un gruppo di criminali di guerra; martedì il capo di stato maggiore Eyal Zamir aveva promesso di non permettere che i soldati venissero trasformati in bersagli attraverso «menzogne e sangue diffamatorio», annunciando ogni strumento disponibile contro il film, mentre secondo il canale i24 l’esercito avrebbe aperto un’indagine sulle fonti della fuga di notizie, chiedendo la collaborazione dello Shin Bet. Anche sui social la campagna si è fatta più aggressiva, il giornalista di Channel 14 Yehuda Schlesinger ha invitato a «dare la caccia» ai due registi ovunque si trovino, un altro attivista con decine di migliaia di follower ha diffuso una foto della madre di Abraham chiedendo informazioni sul suo volo di ritorno per «accoglierlo» in aeroporto, e ad Ashdod è comparso un murale che raffigura i due con mirini, corna e svastiche, accompagnato dalla scritta «traditori», ripreso in un video dal rapper di estrema destra Yoav Eliasi.
Cineasti e ong israeliane insorgono, «una risposta da regime dittatoriale»
Di fronte a questa escalation si è mobilitata anche una parte della società civile israeliana. Quarantatré organizzazioni per i diritti umani, tra cui Peace Now, Adalah, B’Tselem e Breaking the Silence, hanno firmato un appello congiunto in cui definiscono la risposta istituzionale al film «tipica dei regimi dittatoriali», chiedendo che si fermino incitamento e minacce e che i registi e le loro fonti non vengano perseguiti; oltre 1500 cineasti israeliani hanno sottoscritto una petizione a difesa della libertà d’espressione, denunciando una campagna di delegittimazione senza precedenti in cui il confine tra retorica e violenza fisica si assottiglia rapidamente. Nella tarda serata di mercoledì, +972 Magazine ha diffuso un video in cui un uomo ridipinge il murale di Ashdod, sostituendo la scritta «traditori» con «eroi». Lo stesso Abraham, intervistato da Channel 13, ha ammesso di temere di non poter più tornare a vivere nell’unico paese che considera casa sua; fonti diplomatiche israeliane citate da Haaretz hanno peraltro osservato che la reazione ufficiale del governo, più che soffocare il film, ne ha amplificato l’eco internazionale.

